Le spose della morte

190045255-76f3b14f-b992-4a46-9571-b0293b418ce0

di Lorenzo Vita –

Continua senza tregua la battaglia per la conquista di Mosul. Un inferno in terra fatto di morti, feriti gravi, bambini orfani e traumatizzati e con due eserciti che sanno perfettamente che l’unico scopo è di eliminarsi totalmente, senza alcuna possibilità di tregua.

Lorenzo Vita -

Lorenzo Vita

La città vecchia di Mosul, come riportano le fonti sul luogo, è ormai un paesaggio di morte, reso ancora più difficile dalle macerie dai continui attacchi terroristici da parte dello Stato Islamico. Nella sua ritirata dalla guerra, in cui Mosul rappresenta l’ultimo grande bastione del Califfato in terra irachena, lo Stato Islamico sa che deve giocarsi ogni tipo di carta. Se non per vincere, almeno per mietere più vittime possibili tra i soldati dell’esercito iracheno ma anche tra i civili feriti e in fuga, accusati di essere traditori della fede e del sedicente Stato che si ritiene suo unico rappresentante.

LAPRESSE_20170704163244_23652668

Una delle tecniche che sta impiegando il Califfato tra le strade dei vecchi quartieri di Mosul è quella degli attacchi suicidi – sono stati già trentaquattro negli ultimi giorni – ma questa volta con una particolarità: i terroristi sono in larga parte delle donne. La mancanza di uomini, di mezzi e soprattutto l’accerchiamento da parte dell’esercito iracheno, sono stati fattori che hanno determinato l’impiego massiccio di donne suicide.

Solo negli ultimi giorni, i soldati iracheni hanno ucciso sette donne che stavano tentando di compiere attacchi suicidi. Purtroppo, molti latri sono andati a segno causando decine di vittime. Una strategia criminale da parte del Daesh in ritirata, che ha deciso di utilizzare le donne non solo come arma finale, ma anche come quelle più vigliacca, confondendole fra le famiglie e le donne in fuga dalla Città Vecchia, e uccidendo così non solo civili innocenti ma anche militari impegnati nel difficile controllo degli sfollati.

Hasna bomb er

Donna kamikaze

Negli ultimi giorni le forze di sicurezza irachene hanno applicato misure drastiche per frenare il rischio di attentati suicidi nella città: agli uomini viene chiesto di uscire a petto nudo per evitare che portino giubbotti esplosivi; alle donne si richiede di non indossare il niqab, per far sì che non possano nascondere cinture esplosive o altri tipi di ordigni sotto le vesti. Uno dei risultati più importanti ottenuto dalle truppe irachene nel controllo preventivo, è stato quello di riuscire ad arrestare tre donne impegnate nella preparazione di attentati suicidi. Con una particolarità che dimostra, ancora una volta, l’importanza della rete jihadista in tutto il mondo arabo: due donne erano tunisine e una marocchina. L’arresto di queste tre donne straniere manifesta con chiarezza quanto il fenomeno dei foreign fighters sia radicato nella guerra in Iraq e in Siria e quanto il ruolo delle donne combattenti sia cambiato nel corso degli anni.

Per molto tempo, e soprattutto senza una chiara percezione dei dati statistici e delle notizie che giungevano dalla guerra, il jihad è stato visto come un tema strettamente rivolto al mondo maschile. La donna, rapidamente declinata a oggetto per una mancanza di conoscenza dell’islam, è stata per lungo tempo vista come vittima di questa ideologia perversa della guerra santa e non come soggetto in grado di discernere la realtà e di prendere la propria strada. Invece la guerra del Califfato ha scoperchiato un velo d’ipocrisia che per molto tempo ha evitato di parlare del fenomeno delle donne foreign fighters. Che sono presenti non soltanto in quanto mogli di combattenti partiti prima di loro, ma anche come vere e proprie miliziane – e in questo senso, l’esempio della cittadina italiana arrestata poche settimane fa ne è una dimostrazione. Il Califfato ha compreso prima dell’Occidente l’importanza della donna musulmana radicata come strumento del proprio potere e non ha mai nascosto di volerla considerare parte attiva del processo di costruzione dello Stato Islamico anche relegandolo in ruoli subalterni.

images (1)

La donna vista come miliziana del jihad non è una novità del mondo musulmano, basti pensare al terrorismo ceceno, ma è una novità il fatto che queste donne partano da Paesi europei, nordafricani e mediorientali e si uniscano a uno Stato che combatte la guerra santa. Questo è effettivamente un dato interessante che, inoltre, deve porre in allarme tutti i sistemi di sicurezza degli Stati interessati al fenomeno dei foreign fighters.

Perché non è un caso che, delle tre donne arrestate, due provengano dalla Tunisia e una dal Marocco. Questi due Stati, lontani dal conflitto siriano e iracheno, sono due tra i Paesi con il più alto tasso di combattenti partiti per unirsi all’esercito del Daesh. La Tunisia, in particolare, è tra i primi Paesi esportatori di terroristi, e i numeri parlano approssimativamente di circa tremila tunisino che combattono in Siria, più altre migliaia sparse fra Libia, Iraq e altri fronti, fino anche ad arrivare nelle Filippine. Numeri che devono allarmare anche l’Italia, vista la vicinanza alle nostre coste.

(il Giornale)

Condividi