Le svastiche dell’idiozia

La stella di David ritrovata a Bologna

La stella di David ritrovata a Bologna

di Goffredo Buccini –

Più che del male è, questa, la banalità dell’idiozia. Il che non giustifica, si capisce. Gli ignobili graffitari che da giorni vanno vergando croci uncinate e infamie su citofoni e muri (tre casi in Piemonte all’indirizzo di famiglie legate alla Resistenza e, da ultimo, una stella di David a Bologna a indicare discendenti di deportati) dovrebbero essere condannati, in via accessoria, a cancellare con la lingua le loro opere.

Goffredo Buccini

Goffredo Buccini

E tuttavia uno dei pericoli della Storia è il momento in cui la si confonde con le storie: storie, appunto, di imbecilli analfabeti che nulla hanno a che vedere con il grande dramma del Novecento, l’Olocausto, e quasi di certo assai poco con la sua grande vergogna, il nazifascismo. Assai preoccupante è il dato Eurispes secondo cui gli italiani che non credono sia avvenuto davvero lo sterminio degli ebrei sono aumentati dal 2,7% del 2004 a uno sconcertante 15,6% di oggi.IMG_202

 

Temiamo siano soprattutto giovani, figli e nipoti di un revisionismo relativista che proprio negli ultimi lustri ha trovato inaudito spazio nella pubblicistica e nel discorso politico. Ma non distinguere pesi ed episodi non aiuta. Enfatizzare sui giornali e soprattutto nei telegiornali scritte e disegni ignobili attribuisce ad essi, senza volerlo, quasi la statura di una vera opera perversa, del Male in azione, appunto, anziché collocarli nella loro dimensione di borborigmo mentale.

Spinge al ghigno da branco davanti alla tv e, ciò che è peggio, al brivido dell’emulazione. A immaginarsi per 24 ore un demonio come Goebbels anziché sentirsi il povero diavolo degli altri 364 giorni dell’anno: avanguardia di un’orda che avanza nel nuovo secolo anziché retrobottega perdente della nostra società. Le condanne vere, per questa feccia, sono il buio e il silenzio.

Magari anche di una cella. Di sicuro dello schermo e delle parole: con la sola compagnia del nulla delle loro menti che ha per fine pena un mai.

(Corriere della Sera)

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