Leader, istruzioni per l’uso
Il testamento di Simon Peres

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Lungo una carriera durata settant’anni, densa di trionfi storici e dolorose battute d’arresto, Shimon Peres si è fatto un punto d’onore di guardare sempre avanti. Ora, in un libro di memorie che aveva completato poche settimane prima di morire, l’anno scorso, all’età di 93 anni, l’ex presidente e primo ministro israeliano offre alla leadership futura quell’ottimismo che fu il suo marchio di fabbrica, insieme a qualche sottile critica all’attuale leader del paese.

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Il libro offre un raro colpo d’occhio su alcuni capitoli chiave della straordinaria vita di Peres, dai suoi primi giorni come pupillo del padre fondatore d’Israele David Ben-Gurion, ai suoi sforzi segreti per procurare armi al nuovo stato aggredito e costruire il suo reattore nucleare, all’organizzazione del famoso raid di Entebbe per salvare gli ostaggi dalle mani dei terroristi, fino al sostegno del settore high-tech in piena espansione nel paese. Nel libro Peres dice di aver vissuto una vita senza rimpianti, con una sola possibile eccezione: che il suo sogno di arrivare alla pace non si sia materializzato durante la sua vita.

Il libro, intitolato No Room for Small Dreams. Courage, Imagination, and the Making of Modern Israel, è uscito martedì in Israele, dove ci si appresta a commemorare il primo anniversario della scomparsa dello statista.

Chemi Peres

Chemi Peres

Sebbene Peres abbia firmato più di dieci libri, raramente si era soffermato sulla propria biografia preferendo piuttosto concentrarsi sulle sue visioni per il futuro.

Secondo il figlio, Chemi Peres, uno dei principali imprenditori di venture capital in Israele, più  che scrivere delle tradizionali memorie, suo padre voleva lasciare una sorta di guida ai leader futuri. “Quello che offre al lettore – spiega Chemi Peres nel vecchio ufficio del padre a Tel Aviv – è una scatola di attrezzi dicendo: guarda la mia vita, guarda i miei sogni, guarda dove ho prestato servizio, guarda i miei dilemmi e usa tutto questo per il futuro. Questa è la storia di un viaggio dal mondo antico a un nuovo mondo. Ecco come va letto il libro”.

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L’addio di Peres

Nel volume vengono rievocati gli incontri di Peres con i massimi leader mondiali e con altri personaggi iconici della storia d’Israele come Golda Meir, Moshe Dayan e Yitzhak Rabin. Spicca per assenza l’attuale leader d’Israele, Benjamin Netanyahu, che inflisse a Peres una delle sue sconfitte elettorali più brucianti nel 1996, pochi mesi dopo l’assassinio di Rabin. Anche se Peres si astiene da attacchi personali, nel libro si coglie una velata critica postuma quando scrive, nell’epilogo: “Abbiamo bisogno di una generazione che veda la leadership come una nobile causa, definita non dall’ambizione personale ma dalla moralità: una chiamata in servizio”.

Peres amava ripetere che il mondo ha bisogno di leader “che preferiscano essere controversi per motivi giusti, anziché essere popolari per motivi sbagliati”, e che siano capaci di fare “il salto dall’era dei territori all’era delle scienze”.

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La maggior parte del libro, tuttavia, è dedicata alle sfide cruciali della sua vita. Peres scrive che il suo primo modello fu suo nonno Zvi, rabbino nello shtetl di Vishneva (allora in Polonia, oggi in Bielorussia), che più tardi sarebbe morto nella Shoà. Le sue parole al momento di staccarsi dall’11enne Shimon che partiva per la Terra Santa gli avrebbero fatto da guida per tutta la vita: “Promettimi che rimarrai sempre ebreo”.

Nella Palestina pre-stato d’Israele, Peres fu attivo nel movimento agricolo dei kibbutz prima di essere cooptato da Ben-Gurion come suo principale assistente.

Non aveva ancora trent’anni quando fu messo alla guida del Ministero della difesa del paese da poco costituito, dove si trovò a dirigere diverse missioni segrete come quella tesa ad assicurarsi da Cecoslovacchia, Cuba e Sud America le armi tanto necessarie per la sopravvivenza. Riuscì anche a stringere accordi negli Stati Uniti per la fornitura di carri armati ed aerei che vennero importati clandestinamente a pezzi, assicurandosi all’occorrenza l’aiuto anche di personaggi controversi e ambigui come il capo del sindacato autotrasportatori Jimmy Hoffa.

Peres in visita al reattore nucleare di Dimona, da lui creato tra il 1958 e il 1964 in qualità di direttore generale del Ministero della difesa 2014

Peres in visita al reattore nucleare di Dimona, da lui creato tra il 1958 e il 1964 in qualità di direttore generale del Ministero della difesa 2014

Ancora più avvincenti furono le sue incursioni in Francia, dove riuscì ad entrare nelle grazie della classe dirigente che lo aiutò a gettare le basi dell’industria della difesa israeliana. Peres racconta di quando, nel 1957, il primo ministro francese Maurice Bourges-Maunoury, nelle sue ultime ore al potere, firmò l’accordo per istituire il programma nucleare israeliano. “In quel momento – scrive Peres – ciò che aveva fatto per Israele, quello che aveva fatto per me, fu la più generosa manifestazione di amicizia che avessi mai conosciuto”.

Peres racconta di come abbia inaugurato quasi per caso la famosa politica israeliana di “voluta ambiguità” sul nucleare militare, il giorno in cui venne preso da parte alla Casa Bianca da John F. Kennedy.

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Peres cercò allora di rassicurare al presidente americano dicendo che Israele “non sarà il primo ad introdurre armi nucleari nella regione”, formulando per la prima volta la posizione ufficiale che il paese mantiene tuttora. Peres attribuisce al programma nucleare (e alla voluta ambiguità israeliana) il merito d’aver creato il deterrente necessario per rendere la pace, successivamente, un’opzioneconcretamente possibile.

Nel descrivere gli altri momenti salienti della sua carriera – aver concepito l’incursione a Entebbe da ministro della difesa negli anni ’70; aver salvato l’economia dall’inflazione a tre cifre da primo ministro negli anni ’80; aver guidato un paese sfiduciato e pieno di dubbi sulla strada dei colloqui di pace con i palestinesi negli anni ’90 – Peres dice di essere sempre restato fedele al motto appreso dal suo mentore Ben-Gurion: “In Israele, per essere realista devi credere nei miracoli”.

Nobel per la pace a Arafat, Perese e Rabin

Nobel per la pace a Arafat, Perese e Rabin

E tuttavia nelle sue memorie Peres lamenta il naufragio del quasi-accordo di pace negoziato riservatamente con re Hussein di Giordania nel 1987, e che avrebbe incluso anche palestinesi, che fu però affondato – a suo dire – dall’allora primo ministro Yitzhak Shamir. “Nei trent’anni successivi – scrive Peres – non siamo più stati tanto vicini a raggiungere la pace con il minimo di concessioni. Quello fu un colpo devastante per lo stato di Israele e per gli sforzi di arrivare alla pace e alla cooperazione”.

Peres descrive poi la settimana di attentati suicidi palestinesi in Israele, meno di dieci anni dopo, nella primavera nel 1996, alla vigilia della sua sconfitta elettorale ad opera di Netanyahu, definendola “la peggiore della mia vita”.

Ma dopo una carriera in cui era stato una delle figure più divisive d’Israele, Peres si guadagnò infine l’ammirazione generale quando venne eletto dalla Knesset Presidente dello stato, nel 2007, calandosi completamente nel ruolo dell’anziano statista. Dice il figlio Chemi Peres che negli ultimi anni suo padre era contento e che non ha mai smesso di guardare avanti. “Il tempo diventava sempre più prezioso, per lui, man mano che invecchiava. Ma si concentrava sempre sul futuro”. “Non mi rimpiango nessuno dei miei sogni – ha scritto l’anziano Peres – Il mio unico rimpianto è non aver sognato di più”.

(Israel HaYom)

 

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