L’eroico esercito senza nazione

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di Silvia Turin –

Il 25 aprile in Italia è l’occasione per ricordare ancora una volta i vessilli della Brigata Ebraica, spesso oggetto di strumentale contestazione nei cortei che celebrano la Liberazione e dimenticano il contributo dato da migliaia di giovani volontari ebrei alla lotta contro il nazi-fascismo in quei mesi cruciali del 1945. Quest’anno la memoria della loro partecipazione è sostenuta dalla recente approvazione (in autunno) da parte del Parlamento e poi del presidente Sergio Mattarella del decreto che conferisce alla Brigata la medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza.

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La Brigata partecipò alla Liberazione d’Italia con circa duemila tra uomini e donne . Costituita nel 1944 dopo una trattativa tra ebrei palestinesi e Inghilterra (che allora amministrava Gerusalemme e i territori circostanti su mandato dalla Società delle Nazioni), era composta anche da ebrei provenienti da altri Paesi dell’allora Impero britannico, nonché da militari di origine polacca e russa scampati ai rastrellamenti nazisti in Europa.

Soldati italiani del Gruppo di combattimento Friuli

Soldati italiani del Gruppo di combattimento Friuli

Dopo un periodo di addestramento in Egitto e Cirenaica, la Brigata ebraica fu imbarcata su due navi dirette in Italia. Fu integrata nell’VIII Armata britannica. Il 27 marzo 1945, insieme al Gruppo di Combattimento “Friuli” del rinato esercito italiano, fu tra l’altro protagonista dello sfondamento della linea Gotica nella vallata del Senio, nei pressi di Riolo dei Bagni, dove perse 38 soldati.

Diverse regioni italiane furono liberate grazie al contributo di questi combattenti. Complessivamente, la Brigata combatté nel nostro Paese dal 3 marzo al 25 aprile 1945, con una perdita di 30 morti e 70 feriti. Nel cimitero di Piangipane di Ravenna sono stati seppelliti i corpi dei loro caduti.

Andrea Bienati

Andrea Bienati

Al professor Andrea Bienati, docente di Storia e Didattica della Shoah ed estensore della premessa storica al testo di legge che conferisce alla formazione la medaglia, abbiamo chiesto perché ricordare la Brigata Ebraica e che significato storico ha la sua costituzione: «Dinanzi a un genocidio che li avrebbe visti vittime se fossero stati in Europa, giovani ebrei delle Terre del Mandato britannico in Palestina scelsero di cambiare la propria storia andando a combattere volontariamente dove si stavano consumando i crimini della Shoah. L’eroismo per le imprese militari, effettuate sul fronte italiano nell’ultimo anno di guerra, è solo un aspetto della vicenda e può contribuire a creare un’epica guerresca di quello che era stato pensato come “l’esercito ebraico per ebrei senza stato e di Palestina”.

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“Da solo, però, non basterebbe a spiegarne l’unicità. Forse la storia della “stella di Davide” che era sulle mostrine delle uniformi di questi giovani può aiutare a rifletter: da simbolo usato dai nazionalsocialisti per etichettare gli ebrei, resi dalla propaganda e dalle leggi del Terzo Reich “colpevoli di esistere”, divenne simbolo della riscossa contro gli aguzzini e di speranza per il futuro».

Volontari che scelsero di combattere contro gli eserciti dell’Asse quando erano “al sicuro” in Palestina, quindi, e che hanno meritato la medaglia d’oro per il valore militare ma non solo: le loro azioni continuarono anche dopo la guerra.

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Michael Fosh e Joseph Seltzer, due reduci della brigata ebraica

Qui i reduci ricordano quando una parte dei soldati andò in Europa per riportare gli ebrei dai campi di concentramento verso l’Italia per poi portarli in Israele: «I sopravvissuti al progetto di eliminazione totale con la divisa della cosiddetta “Brigata Ebraica” furono speciali anche tra le rovine fumanti dell’Italia del 1945, al cessare del crepitio delle armi – spiega il professor Bienati – . Si dedicarono al recupero della dignità della vita attraverso il soccorso fisico, educativo e morale dei sopravvissuti ai Lager, attuando un’operazione ante litteram di “search and rescue” destinata alle persone, alla cultura e al sentimento religioso soprattutto nei confronti degli ex deportati ebrei. Penso che anche raccogliere la testimonianza di soldati orgogliosi di vedersi ricordare come membri della “Brigata Ebraica” può diventare una sorta di parziale risarcimento morale per quanto fatto dall’Italia del Ventennio e della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) contro una parte dell’umanità. Il ricordo dei combattenti che parlavano una lingua strana e “vestivano all’inglese” (come venivano descritti nelle zone italiane dove operarono) è anche una doverosa forma di gratitudine verso chi, lasciando volontariamente la sicurezza della propria terra, combatté per la Liberazione».

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I soldati che sopravvissero riuscirono a rientrare in Israele, alcuni vi emigrarono dalle loro città originarie.

Per il sostegno dato ai profughi ebrei che volevano raggiungere la Palestina, la Brigata si scontrò con i comandi britannici. Nel luglio del 1946 il governo inglese decise di procedere al suo disarmo, alla sua smobilitazione e al rimpatrio nei Paesi d’origine.

(Corriere della Sera)

 

 

 

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Paolo Mieli

Paolo Mieli

Giornalista