Il rifiuto della sconfitta

palestina

 di Jonathan S. Tobin –

Ai tifosi della “causa palestinese” in servizio permanente piace descrivere le manifestazioni indette per la Giornata della Terra del 30 marzo ai confini fra Gaza e Israele come una marcia per i diritti civili paragonabile a quella negli Stati Uniti guidata da Martin Luther King nel 1963 contro la segregazione razziale. Ma ci sono un paio di problemi per il cui il paragone non regge.

Jonathan S. Tobin

Jonathan S. Tobin

Il primo è che la marcia “non violenta” palestinese è organizzata da Hamas, che è un gruppo terrorista islamista. La violenza, in particolare contro i civili, fa parte della ragion d’essere di Hamas, per cui aspettarsi che qualsiasi azione associata a questo gruppo sia veramente scevra da violenze è un tantino azzardato.

L’obiettivo di una qualsiasi marcia diretta verso una frontiera pesantemente armata in cui si verificano frequenti incidenti terroristici non può che essere quello di provocare l’intervento delle Forze di Difesa israeliane per impedire che la recinzione di confine venga forzata, e produrre così nuovi “martiri” tra quei civili che il gruppo terroristico già utilizza ampiamente come scudi umani allo scopo di esacerbare ulteriormente il conflitto, non certo per trovare una soluzione.

La marcia di Martin Luther King del 1963

La marcia di Martin Luther King del 1963

C’è poi il punto chiave di queste dimostrazioni, che è il tema: “la marcia del ritorno”. L’enfasi palestinese sul concetto di “ritorno” non è semplicemente uno slogan: serve a ricordare che a settant’anni dalla nascita di Israele i palestinesi sono ancora aggrappati all’idea di eliminare lo stato ebraico.

La nozione di “ritorno” è estremamente significativa perché fonda le rivendicazioni dei palestinesi contro Israele non sulla questione degli insediamenti in Cisgiordania o sull’aspirazione a due stati una volta conseguita l’indipendenza. Piuttosto essa pone fermamente al centro del conflitto la questione se Israele abbia innanzitutto il diritto di esistere. Il ritorno non è semplicemente una parola in codice per indicare l’eliminazione dello stato ebraico. È un preciso impegno dei capi sia di Hamas che della (presumibilmente più moderata) Autorità Palestinese: non sarà fatta nessuna pace che non riconosca il diritto dei (milioni di) discendenti dei profughi del 1948 di tornare alle terre dove stavano i loro progenitori. In altre parole, nessuna pace finché c’è uno stato d’Israele.

“In altre parole, nessuna pace finché c’è uno stato d’Israele”

“In altre parole, nessuna pace finché c’è uno stato d’Israele”

Per quanto delirante possa essere, il concetto di cancellare gli ultimi sette decenni di storia rimane parte integrante non solo della politica palestinese, ma della stessa identità nazionale palestinese, ed è per questa ragione che “il ritorno” rimane parte imprescindibile del lessico nazionalista palestinese.

È vero che il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e a volte persino alcuni capi di Hamas hanno flirtato con la nozione di due stati, nell’ambito della quale il nazionalismo palestinese si concentrerebbe su Cisgiordania e Gaza anziché sull’Israele pre-‘67. In una occasione Abu Mazen ha persino riconosciuto che non pensa di tornare a Tzfat (Safed), la città della Galilea da cui proviene la sua famiglia. E Hamas ha detto che è disposta ad accettare un accordo di “tregua” con la costituzione di uno stato palestinese in Cisgiordania e Gaza.

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Abu Mazen

Ma entrambi non hanno mai smesso di parlare del “ritorno” come qualcosa di più di un semplice atto simbolico da inserire in un futuro accordo di pace. Quand’anche si volesse credere, contro ogni evidenza del contrario, che i palestinesi, nonostante i loro ripetuti rifiuti delle offerte di soluzioni a due stati, vogliono davvero una soluzione del genere, è evidente che tengono aperta la questione dei “profughi” per giustificare la ripresa del conflitto dopo che fosse siglato un accordo a due stati. Ma questo messaggio, perfettamente chiaro per il pubblico palestinese, trova sempre orecchie sorde fra coloro che sono determinati a incolpare sempre e solo Israele per la mancanza di pace.

Domandarsi se i capi palestinesi non possono fare la pace per via delle condizioni e delle aspettative dei ”profughi” o se la pace è impedita dallo sforzo continuo dei capi palestinesi di tenere viva nei “profughi” l’illusione del ritorno è un po’ come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina.

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Che l’ostacolo maggiore sia la disperazione dei “profughi” (generazioni di arabi deliberatamente confinati nei campi per tenere sempre aperta la guerra contro il sionismo) oppure il modo in cui i loro capi li indottrinano e sfruttano per evitare di fare pace, in fondo cambia poco.

La “marcia del ritorno” indetta a Gaza non ha niente a che vedere con i simboli e la non-violenza: si tratta invece del rifiuto di ammettere che la guerra arabo-islamica, vecchia di un secolo, contro l’esistenza dello stato ebraico è stata perduta. Ma finché i palestinesi continueranno ad alimentare la chimera del “ritorno”, non si vedrà all’orizzonte nulla che possa assomigliare a una vera pace.

(jns)

 

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