“L’Europa nata da Auschwitz
non ha tutti gli anticorpi
per sconfiggere il razzismo”

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Riccardo Shemuel Di Segni , rabbino capo della Comunità ebraica di Roma

di Nico Pirozzi –

Liliana Segre, la ragazzina ebrea che nel gennaio 1944 fu deportata ad Auschwitz e sulle cui spalle oggi poggia il peso di una parte della memoria della Shoah, è da quarantotto ore costretta a muoversi con una scorta armata. Due carabinieri; due angeli custodi messi a guardia di una signora di 89 anni. Ma anche e soprattutto ad un simbolo che negazionisti, antisemiti e razzisti, della prima e dell’ultima ora, sarebbero felici di cancellare per sempre. Ma la Segre non è l’unica personalità di religione ebraica a essere finita sotto scorta, negli ultimi trentasette anni. Nell’elenco compaiono perlomeno altre sei personalità legate allo stesso mondo dell’anziana donna. A cominciare dal compianto rabbino Elio Toaff, a cui fu assegnata una scorta dopo l’attentato palestinese al Tempio Maggiore di Roma del 9 ottobre 1982, a seguito del quale perse la vita il piccolo Stefano Gaj Taché. E ancora, l’ex e l’attuale presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici e Ruth Dureghello, il rabbino di Milano, Alfonso Rabib, e la presidente dell’Ucei, Noemi Di Segni. Nella lista dei nominativi ritenuti a rischio dal Viminale figura anche quello dell’attuale rabbino capo della Comunità ebraica di Roma. Eppure lui, Riccardo Shemuel Di Segni (questo il nome per intero del rabbino) non si è mai occupato di mafia, camorra o terrorismo. Tutt’al più si è preso cura della spiritualità e della moralità della comunità la cui città vanta la presenza ebraica più antica e mai interrotta nella diaspora.

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Nico Pirozzi

Alla domanda, che anticipa l’intervista vera e propria, risponde con un mezzo sorriso e un convinto «No». «Non è normale convivere con una scorta… Comunque – aggiunge – sono riconoscente alle istituzioni che hanno ritenuto opportuno tutelare la mia persona per il ruolo che rivesto».

Francia, Germania, Belgio, Ungheria, Polonia… il germe dell’antisemitismo sembra aver trovato nuovamente terreno fertile in Europa

epa07909182 A combination of three screenshots of a video shows the suspected neo-Nazi Stephan Balliet shooting with a self constructed gun in Halle Saale, Germany, 09 October 2019 (issued 10 October 2019). According to the police, two people were killed and two injured when a man went on rampage shooting on 09 October and tried to enter the Halle synagogue during celebrations Yom Kippur. EPA/ANDREAS SPLETT

Il neo-nazi Stephan Balliet, l’assalto alla sinagoga di Halle

«Diciamo che certe manifestazioni di carattere antisemita l’Europa non le ha mai rimosse. Inutile negarlo: fanno parte della sua storia. Ovviamente, ci sono stati dei momenti nei quali il fenomeno è stato per così dire in quiescenza e altre volte in cui è esploso con particolare virulenza. Come accade in tutte le cose, i motivi non sono riconducibili ad una sola causa. Tutt’altro! Le variabili che concorrono all’amplificarsi o all’assopirsi di certi fenomeni possono essere di natura economica, ma anche culturale o politica. Insomma, non c’è mai una sola causa in grado di spiegare il rifiorire di atteggiamenti antiebraici».

L’analisi è limitata agli anni successivi alla guerra o volge lo sguardo a un passato molto più lontano?

«Ottant’anni fa il fenomeno, che ha radici antichissime, ha assunto caratteristiche mai conosciute prima d’allora. Nel breve termine che è seguito, sei milioni di morti hanno generato forme di controllo da parte delle istituzioni, e di autocontrollo da parte delle popolazioni che avevano assistito o anche partecipato alla mattanza. Con il mutare delle condizioni politiche e sociali registrate in Europa negli ultimi decenni, l’intolleranza verso gli ebrei è tornata lentamente a riemergere».

Stando così le cose possiamo dire che in Europa sono tornati a spirare venti simili a quelli che soffiavano sul vecchio continente tra gli anni 20 e 30 del secolo scorso?

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«No, non siamo a quei livelli. Diciamo però che l’entità e la facilità con la quale certi fenomeni si diffondono ci inducono ad essere preoccupati e a chiedere alle istituzioni di non abbassare la guardia».

A proposito di Italia, lei ritiene che il nostro Paese abbia fatto sufficientemente i conti con il suo passato fascista e razzista? Il mito del buon italiano continua ad essere una coperta per dormire sonni tranquilli?

«È una coperta assai corta… Non si può certo sostenere che l’Italia abbia fatto bene i conti con il suo passato. La pacificazione voluta nel dopoguerra ha – nei fatti – lasciato molte cose così com’erano. È cambiata la formula di Stato e di Governo, ma non il resto. Dismessa la camicia nera, i fascisti sono rimasti al loro posto, hanno continuato ad occupare posizioni importanti e hanno fatto brillanti carriere nel neo Stato repubblicano. Non solo la massa dei simpatizzanti, ma i fascisti e i razzisti attivi collusi con il fascismo e anche con i suoi peggiori crimini. Ad alcune di queste persone sono state titolate strade e piazze».

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L’assenza di un processo di elaborazione delle responsabilità è la principale causa dell’insorgere di certi fenomeni?

«Direi di no. Tutt’al più, può considerarsi una concausa».

Una concausa che permette a fascisti o presunti tali di perpetuare riti e gestualità dal sapore inequivocabile. Eppure esistono ben due leggi – la Scelba del 1952 e la Mancino del 1993 – che avrebbero dovuto far da argine alle aspirazioni di razzisti e nostalgici del ventennio. Insomma torniamo alla domanda di partenza, cosa manca all’Italia per essere un paese normale

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Il 25 aprile le contestazioni alla Brigata ebraica

«Io non sarei così categorico. Potrei dirle che già dai tempi di Dante si diceva che ci sono le leggi ma che non tutti sono disposti a farle rispettare. Gli strumenti ci sono, il problema è che non sempre si utilizzano in maniera più appropriata. Per quanto poi riguarda l’aspetto più propriamente ideologico, va rilevato che il fascismo non è mai morto. Il richiamo nostalgico al ventennio non è mai scomparso del tutto.  A volte è stato tenuto sotto controllo, altre volte sfruttato e, altre ancora, sopito. Ciò che oggi è rilevante è la disinibizione e anche la spregiudicatezza con cui certi temi riaffiorano».

Colpa della poca attenzione o della troppa indulgenza che le istituzioni hanno riservato a questi fenomeni?

«Attenzione in realtà c’è stata e talora anche repressione. Ma la repressione è solo un modo per contrastare un fenomeno multifattoriale».

E se la definissimo regressione culturale?

«Troppo semplicistico… Il termine regressione poggia le sue basi sul principio opposto: quello del progresso. Con un po’ di ironia si potrebbe dire che tutto questo progresso però non c’è stato, almeno non è stata un’esperienza ampiamente condivisa e partecipata».

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Liliana Segre in Senato

Come nel recente caso della Commissione contro i fenomeni di odio sollecitata da Liliana Segre che, al Senato, ha registrato l’astensione dei partiti di centro-destra?

«Non mi soffermerei sul singolo episodio, in quanto il fenomeno è molto più articolato e complesso. Sul banco degli imputati trascinerei ancora una volta la disinibizione…»

In conclusione, alla luce di ciò che è accaduto meno di ottant’anni fa nella “civile” Europa, alla luce dei sei milioni di morti risucchiati nel vortice della Shoah, ritiene che il vecchio continente abbia sviluppato un numero di anticorpi sufficienti a evitare il manifestarsi di una nuova Auschwitz?

«L’Europa, quella nata dopo Auschwitz, di anticorpi ne ha prodotti tanti… Da medico quale sono aggiungo però che un vaccino può ritenersi realmente efficace solo se periodicamente si procede ai cosiddetti richiami, che in questo caso dovrebbero essere belle lezioni per tenere viva la memoria».

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