“L’invenzione del colpevole”
Il dialogo fra le fedi

Museo Diocesanoda sinistra, Di Segni, mons. Bressan, l'ambasciatore David e la direttrice Primerano

Noemi Di Segni, monsignor Luigi Bressan, l’ambasciatore Oren David e Domenica Primerano

 di Diego Andreatta –

Anche un mea culpa pubblico, documentato con una mostra di rigore scientifico, fa crescere il dialogo fra le fedi. Accade a Trento, dove al Museo diocesano è ricostruita la triste vicenda del Simonino nella mostra “L’invenzione del colpevole”, visitata dall’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, Oren David insieme a Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei).

«Una giornata storica», ha commentato commossa la presidente Di Segni ringraziando la Chiesa trentina per la mostra allestita «con coraggio e maturazione, aiutando anche a collegare l’antisemitismo di oggi con quello del passato e con ogni forma di razzismo e di pregiudizio». Evitando il rischio di riaprire ferite di secoli, poiché l’inesistente omicidio rituale del piccolo Simone da Trento di cui furono incolpati gli ebrei nella Pasqua del 1475 sulla base di falsi processi” aveva cacciato gli ebrei da Trento e diffuso (anche attraverso un’iconografia stereotipata) la propaganda contro i “perfidi ebrei”.

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«La Chiesa trentina ha saputo chiedere scusa, abolendo il culto nel 1965», ha ripetuto l’arcivescovo emerito Luigi Bressan (in rappresentanza di monsignor Lauro Tisi che ha in – contrato l’ambasciatore David), osservando peraltro che «la decisione assunta sulla base di dati storici fu accolta senza difficoltà nel dopo Concilio e che in questi anni nessun trentino ha chiesto di ripristinare il culto, semmai solo alcune persone venute da fuori».

Dopo aver guidato i due illustri ospiti nelle sale di Palazzo Pretorio, che documentano le brutture dell’odio antisemita, la direttrice Domenica Primerano, ha annunciato l’intenzione di dedicare al Simonimo «caso emblematico di fake news» una sezione permanente del Museo diocesano Tridentino.

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«È importante che questo lavoro culturale non si fermi ai ranghi alti delle istituzioni ecclesiali, ma si diffonda capillarmente fino agli ambiti parrocchiali e familiari», ha osservato Di Segni, ribadendo che il dialogo nasce anche dalla conoscenza della storia delle altre religioni anche nelle proprie scuole. A proposito, con una certa autocritica, ha ammesso che talvolta permane nelle comunità ebraiche una certa diffidenza verso chi si avvicina loro per conoscere meglio la tradizione religiosa e la cultura. «Anche noi, dopo secoli in cui abbiamo avuto un atteggiamento protettivo, dobbiamo saperci aprire», ha osservato, citando come esperienza positiva un incontro promosso recentemente con donne di altre religioni non per un convengo ma per cuocere insieme il pane.

(Avvenire)

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