L’irresistibile voglia d’indipendenza
Il battesimo del Kurdistan

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di Giordano Stabile

Si sono vestiti a festa. Le donne con i lunghi abiti a disegni floreali, i veli trasparenti, a volte ricamati in oro, gli uomini in choka, il vestito tradizionale dalla larga fascia in vita. Arrivano con i bambini in braccio o per mano, come a un matrimonio, a una celebrazione. È il «grande giorno».

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Giordano Stabile

Il battesimo del Kurdistan indipendente. Si sono messi in fila al mattino presto, prima ancora che aprissero i seggi. «Aspettiamo da tanti anni, non potevamo arrivare in ritardo», scherza Mahmoud Fahmi, un ottico di 37 anni, con un grande sorriso e gli occhi battaglieri: «Alle minacce siamo abituati, ci hanno sempre ricattati, non sarà peggio adesso che siamo indipendenti: se poi passano ai fatti, abbiamo tutti il kalashnikov in casa, vengano».

index 2A Bakhtiari, il quartiere benestante di Erbil, allo sfoggio dei vestiti si aggiunge quello dei fuoristrada parcheggiati senza curarsi di nessuno davanti ai jersey di cemento che bloccano la strada prima di arrivare ai seggi, in una scuola elementare. È l’unica misura di sicurezza, a parte un agente della polizia «asaysh», accasciato su una sedia davanti all’ingresso.

Il timore di attacchi da parte dell’Isis è relativo, gli islamisti sono in rotta e i peshmerga hanno steso un cordone di sicurezza lungo tutti quelli che saranno i futuri confini. «Abbiamo dato il sangue – continua Fahmi -: 1.500 martiri nella guerra contro l’Isis. Ora non vogliamo avere più niente a che fare con l’Iraq, quando vado all’estero mi vergogno del mio passaporto iracheno».

7Tutti sono certi che il sì «stravincerà». I risultati definitivi si sapranno domani. Quello che conta è l’affluenza, quanti dei 5,3 milioni di elettori registrati sono andati al voto. Per tutto il giorno la tv ufficiale Rudaw trasmette le immagini delle lunghe file, l’apertura dei seggi viene prolungata di un’ora, fino alle sette. Poco dopo sempre Rudaw comincia a snocciolare i dati della partecipazione: Erbil 84 per cento, Kirkuk 80, Duhok 90, Zakho 94, Akre 94, Nineveh 80… Sono i nuovi distretti che suddividono il territorio del Kurdistan, per lo meno quello che a Erbil vogliono sia il futuro territorio del Kurdistan indipendente.

5I confini sono stati spinti in aree dove è forte il popolamento arabo e di altre minoranze come gli yazidi, i kakai, gli shabak, i turkmeni, i circassi, un mosaico. Il presidente Massoud Barzani però conta di integrarli, anche per portate la popolazione a 7, forse 8 milioni di abitanti, una soglia critica per avere la dimensione di uno Stato.

La politica di accoglienza nei confronti dei cristiani scappati da Mosul ha dato i suoi frutti. Nel quartiere a maggioranza cristiana di Ankawa sono andati in massa alle urne. «La verità è che è impossibile per noi tornare a Mosul – spiega Ashraf Fawas, un ingegnere civile di 39 anni -. Questa sarà la nostra nuova patria e vogliamo contribuire subito. A Erbil ci siamo sentiti per la prima volta al sicuro, in Iraq mai».

4La «carta cristiana» sarà decisiva per imporre l’autorità del Kurdistan nei territori attorno a Mosul, ma non è lì che si gioca la partita decisiva. Mentre i curdi votano il Parlamento di Baghdad adotta una mozione che «obbliga» il primo ministro Haider al-Abadi, «nella sua qualità di capo delle forze armate» a «schierare l’esercito a Kirkuk e in tutte le zone contese». Erbil risponde con l’imposizione del coprifuoco nella città petrolifera, la cassaforte del futuro Stato. Ma il governo iracheno lavora con i suoi più stretti alleati in questo frangente, Turchia e Iran, per stringere l’assedio. Teheran lancia manovre militari nella zona di confine dove vive la sua minoranza curda, Ankara, che ha già schierato le truppe, minaccia il blocco economico.

Recep Tayyip Erdogan

Recep Tayyip Erdogan

«Possiamo chiudere il rubinetto quando vogliamo», sintetizza il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Il rubinetto è quello dell’oleodotto che porta il petrolio curdo in Turchia e Europa. Senza gli introiti del greggio per Erbil è finita: «Voglio vedere attraverso quali canali il governo dell’Iraq del Nord (così chiama il Kurdistan) potrà vendere il suo petrolio». Il rubinetto per ora resta aperto, e anche il valico di Khabur. Erdogan chiama al telefono il presidente russo Vladimir Putin, che vedrà giovedì ad Ankara, e insieme ribadiscono l’impegno per «l’integrità territoriale» dell’Iraq e della Siria. È notte, a Erbil esplodono i fuochi artificiali e i caroselli impazziti dell’auto. Lo stesso succede nelle città curde in Siria, e in Iran. Le «integrità territoriali» traballano da tutte le parti e i confini in Medio Oriente non sono mai stati così fragili da un secolo a questa parte.

 

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