L’islamizzazione di Istambul
Dopo la chiesa di Santa Sofia
anche San Salvatore moschea

San Salvatore in Chora.

di Marco Ansaldo –

I ciceroni più raffinati, quando vogliono stupire il visitatore approdato a Istanbul, lo portano subito qui, prima di ogni cosa. Gli mostrano il quartiere. E lo iniziano ai misteri bizantini. Solo dopo lo traghettano nel quadrilatero micidiale, per bellezza, del centro: con Santa Sofia, Moschea Blu, Palazzo del Topkapi e Cisterna. E il turista affamato d’arte e di cultura è servito. Ma, per gli stessi turchi colti, prima di tutto viene San Salvatore in Chora.

Adesso l’antica chiesa, nata ortodossa, esempio fulgido di architettura bizantina, tornerà moschea. Un decreto firmato dal presidente Recep Tayyip Erdogan ha stabilito che il Museo di Chora si trasformerà in luogo di culto islamico. Affidato al Diyanet, il sempre più potente Direttorato per gli Affari religiosi che dipende dal governo. Stesso schema applicato il mese scorso per Santa Sofia, basilica per mille anni, moschea per cinquecento, museo per quasi altri cento, ora tornata luogo di culto musulmano. Erdogan non ferma la sua marcia, e per compiacere gli elettori conservatori, assieme agli alleati nazionalisti, fa leva sugli animi più pii. Ma il mondo laico è perplesso.

Per non parlare degli esperti. Alessandra Ricci, italiana da anni residente a Istanbul e profonda conoscitrice di quella cultura, è docente di Archeologia e storia dell’arte bizantina all’Università Koc di Istanbul. «Il progetto di restauro di San Salvatore in Chora fu abbracciato alla fine degli anni Settanta dal direttore dell’Automobile Club turco, Celik Gulersoy, che avviò i lavori di riqualificazione. Costruì la piazzetta all’esterno, coinvolse gli abitanti del quartiere di Edirnekapi, recuperò una zona devastata trasformandola in un’area viva. Non era un’operazione laica, ma un atto volto a riassegnare dignità al quartiere, il “mahallè”. Un sistema di integrazione che ha dato grandissimi risultati.

Ora questo esempio viene scardinato: non è questione di laicismo, ma di cultura. La gente, a Chora, ha già tre moschee intorno. E San Salvatore era l’ultimo colpo di reni dell’arte bizantina prima della conquista ottomana. Ecco, credo che il prezzo di questa trasformazione lo pagheranno gli abitanti ».

La chiesa risale al Quinto secolo dopo Cristo, e solo nel XVI fu trasformata in moschea, divenendo museo nel 1958. Custodisce mosaici del XIII secolo e affreschi splendidi la cui sorte rimane incerta, considerata l’incompatibilità con la fede islamica. «A San Salvatore non è praticabile quanto avvenuto a Santa Sofia – spiega Alessandra Ricci – con i teli messi a coprire gli affreschi bizantini. Qui sono tanti.

Che cosa faranno: torneranno alla scialbatura?», cioè all’imbiancatura tramite calce. «Gli attuali dirigenti – è l’allarme della studiosa – hanno una scarsa conoscenza dei loro predecessori. Non sono neanche educati alla cultura ottomana vera. Stanno improvvisando e creando danni incalcolabili ai quartieri, alienando – e questo è anche peggio – una vasta generazione di studenti di storia e cultura bizantina, cresciuti con l’idea di un orizzonte ampio».

  (Repubblica)

 

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