Lo zapping vincente
della tv israeliana

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di Massimiliano Panarari  –

Trame universali, creatività, tecnologie avanzatissime. Le spy story e i quiz show della Startup Nation hanno ormai soppiantato la produzione Usa. La serie (andata in onda anche in Italia su Sky, con Sergio Castellitto, lo psicanalista protagonista) rappresenta il prodotto da esportazione più fortunato – con Hatufim-Prisoners ofWar, su cui è basata le celebre Homeland – dell’industria televisiva israeliana. Che è diventata nel frattempo un autentico raso di studio, come nel convegno, tenutosi l’anno scorso all’Università Luiss, con la presenza di parecchi operatori del settore (dalla Rai a Endemol e Magnolia) e studiosi come Massimo Scaglioni.

Massimiliano Panarari

Massimiliano Panarari

Israele si è trasformata nella superpotenza esportatrice di format più rilevante di questi anni, dopo Stati Untiti e Gran Bretagna, come certificato dal quadruplicarsi del fatturato delle vendite di produzioni nel corso dell’ultimo decennio, di cui 35 piazzate all’estero solamente nel 2016 (fonte: rivista Link).
Spy story; ma anche quiz show (come il format di Still Standing) e, in generale, programmi che sono molto riconducibili a quel modello di complex Tv e di storie a elevato tasso di densità psicologica che hanno dato valore aggiunto e qualità al piccolo schermo.

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Insieme con la Scandinavia. creatrice della fiction nordica (specie noir), Israele è oggi uno degli esempi più eclatanti di distretti produttivi importanti in Paesi non anglofoni. La forza dello Stato ebraico nella geopolitica dell’industria televisiva mondiale è cosi diventata un oggetto di indagine (e “del desiderio”) per tanti.

Massimo Scaglioni.

Massimo Scaglioni.

Anche in Italia, notoriamente colma di creatività, ma sempre in difficoltà nel mettere a sistema e a profitto le facoltà immateriali e le capacità artistiche dei propri abitanti. ll segreto del successo di questo paradigma produttivo mostra. seppure in un contesto peculiare, la virtù della società aperta e del proiettarsi su uno scenario globale.
E, per contrasto, i vizi di un localismo che, nel contesto della mondialiżżazióne , espone ai rischi della colonizzazione produttiva da parte dell’industria dei media e dell’intrattenimento stranieri.

Frédéric Martel

Frédéric Martel

Una situazione che sembra dare ragione alle tesi di Mainstream (Feltrinelli), il libro di Frédéric Martel secondo cui attualmente non si dovrebbe più parlare di un’americanizzazione dell’immaginario e del villaggio (audiovisivo) globale, un processo giunto (vittoriosamente) al termine, quanto, piuttosto, di consumi culturali massificati, nei quali si sono ritagliati un proprio spazio singole nazioni o aree geografiche, coi loro distretti di produzione comunicativa e di serialiti industriale.

Still StandingIn questa rinnovata mappa della cultura di massa gioca un ruolo significativo Israele. ove la necessità (la ristrettezza dei numeri del mercato domestico) ha aguzzato l’ingegno, e una società giovane e cosmopolita, priva di un passato stratificato come quella europea. ha liberato la creatività spingendo verso un incessante ricerca della novità.
Israele è una sorta di mondo in piccolo, e di microcosmo global – basti pensare a Tel Aviv, autentica New York del Mediterraneo – dove i network televisivi e le società di broadcasting puntano molto stille risorse umane e si avvalgono delta diffusione delle tecnologie presentissime in un Paese altamente high-tech, etichettato anche come la Startup Nation, tra Silicon Wadi e industria della difesa.

l format made in Israel vengono pensati sin dall’inizio come “globali” e per l’export internazionale, con concept e trame universali che facciano da spinta propulsiva, anche per rimediare ai limitati budget a disposizione.
E. ciliegina sulla torta, c’è una legislazione che prevede di investire nelle produzioni locali e riserva loro appositi tempi di trasmissione sulle reti tv. Si prega, dunque, di prendere appunti.

 (Repubblica)

 

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