L’Orlando furioso
che deve studiare
la storia degli ebrei

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di Ariella Lea Heemanti –

Abbiamo ricevuto e pubblichiamo una lettera aperta a Leoluca Orlando, al sui quinto mandato come sindaco di Palermo.

Signor sindaco, professore,
tra le altre abbiamo la ventura di leggere le sue tanto sventurate quanto insignificanti dichiarazioni sui fatti di Gerusalemme di questi giorni. Se c’è qualcuno che si è posto una volta per tutte dall’altro lato della storia, signor sindaco, è lei quando con protervia, malanimo e un sentimento acerrimo di proiezione, si scagliava contro il giudice Giovanni Falcone, di benedetta memoria, accusandolo di tenere nei cassetti della Procura e di occultarle le prove di gravi reati.

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Falcone e Orlando

Sappiamo che lei, con una incredibile faccia di bronzo sopra la facciata istituzionale, non manca di presenziare da venticinque anni a ogni commemorazione del magistrato che ha dato la vita per l’Italia, per le sue Istituzioni, per il diritto e la giustizia che nella tradizione d’Israele si chiamano tzedeq u mishpat e vanno di pari passo. Sappiamo anche che ogni volta che le si chiede un atteggiamento, una sola parola di dispiacere per quelle accuse infondate e inique che tanto amareggiarono il giudice, lei si rifiuta di averli, e al massimo replica che si trattò di un equivoco, eludendo poi il discorso, le domande della nostra coscienza, del nostro sempiterno bisogno di verità, con consueta furbizia, con la pretesa che il giudice non avrebbe mai fatto polemica in tal senso.

Quando tra i ricordi, nella memoria che abbiamo di lui, ancora forte, ancora dolente a tratti eppure dolce, grata, c’è proprio quello stupore, quello sconvolgimento, quello sguardo di disperazione del giudice mentre lei, professor Orlando, infieriva come il monaco di Torquemada su quell’uomo integro, morale, che sorrideva a stento, per non piangere di fronte alla violenza delle sue espressioni.

Non è solo oggi, non è solo in questa circostanza di una sua nuova scellerata uscita su Gerusalemme e su fatti politici che in nulla mutano la sostanza delle cose – il loro ruach, il loro spirito antico, irrefutabile, vivo fra le mura e le pietre, l’acqua e le colombe di Yerushalayim, la storia d’Israele- che ci viene in mente quel giorno, quella sera, quel momento in cui il giudice era il giudice Giovanni Falcone e lei, miserabilmente, uno che lo aggrediva senza irat shamaym, senza timore del cielo, senza scrupolo, senza umiltà.

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Ennio Pintacuda

Soprattutto, come cercava di farle entrare inutilmente in testa il giudice, senza uno straccio di prova che non fosse il frutto perverso delle sue smanie di stornare da lei i sospetti che il suo maestro Ennio Pintacuda definiva “anticamera della verità”. Sempre ci vengono in mente quei giorni, quel tempo della vita del giudice e di sua moglie Francesca, che più ancora di lui deve aver provato nel cuore, nell’animo delicato e coraggioso di donna e di giudice lei stessa, quella sua mancanza di rispetto, professore, e di intelligenza, dopotutto, di ciò che in ebraico si chiama pnimiut, la religione cioè dell’interiorità, della cura in essa di ciò che si dice, di ciò che si pronuncia, di ciò che si esterna e su quali basi, di ciò che si lascia mostrare, per contro alla chiztoniut, all’esteriorità ossessiva, all’esibizionismo, allo sbandieramento inutile e vano di nient’altro, alfine, che il proprio mostruoso ego.

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Di lei, signor sindaco, abbiamo avuto la ventura di leggere, per mestiere di cronisti, che al sabato indossa spesso, tra le pareti domestiche, un caftano di colore blu col quale assomigliare a un perfetto arabo; che ha chiamato una delle sue figlie Leyla, come la suocera di Maometto ( Giorgio dell’Arti) e che nel contempo, a Palermo, in una città che fu e che è antico e moderno porto, lei si potrebbe tranquillamente sentire ebreo, e già che c’è non perde occasione, ogni momento anche in ciò, di sciacquarsi la bocca con la parola Shoà.

Allora, signor sindaco, professore, un’altra cosa ci viene in mente, questa con un po’ di sorriso: quando il re Juan Carlos, rivolto al caudillo venezuelano Ugo Chavez – il quale oggi concorderebbe certo con lei, con le sue tragiche amenità- durante una cerimonia in cui il dittatoruncolo continuava a straparlare, gli disse con eleganza e anche, perché no, di fronte a un ignorante presuntuoso, con una certa padronanza: – Por qué no te callas? Signor sindaco, immaginiamo che lei no se callera.

Leoluca Orlando e Evelyne Aouate, presidentessa dell'Istituto siciliano di studi ebraici

Orlando e Evelyne Aouate, presidentessa dell’Istituto siciliano di studi ebraici

Eppure, nel silenzio, nelle voci gaie dei bambini, nel brusìo dei chassidim di Yerushalaym, nei racconti delle vecchie matrone dalle dita inanellate che ormai serbano in grembo rami di mirto e di lavanda per la cerimonia dell’Havdalà in sinagoga, alla fine dello shabbat, mentre sono andati i loro denti e gli anni dei figli, delle figlie, il lato della storia, quello giusto, è il lato della memoria portato da tremila anni sulle spalle, sulle palpebre stanche, nei tefillin, i filatteri che gli uomini legano al braccio e fissano sulla fronte; sulla promessa:- Se ti dimentico Gerusalemme.

Sulla emunà, la fede e la fedeltà, che lo stesso Isacco Rabin testimoniò persino a Washington, in quel consesso inutile di bugiardi raìs del terrore in keffiah che non rinunciarono alla malvagità e alla falsificazione della storia, mentr’egli, dubbioso e pieno di incertezze, lo disse con fermezza, questo, con un cuore che trasudava dolore e amore: Siamo venuti qui da Gerusalemme, l’antica, eterna e indivisibile capitale del popolo ebraico e dello stato d’Israele.

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Il centro storico di Palermo con le targhe scritte in italiano, ebraico e arabo.

E vuole che sia, signor sindaco, professor Orlando, uno scontato trasferimento di Ambasciata nella sede giusta, a porre qualcuno dal lato sbagliato della storia, e non lei, coloro di cui lei imita il verso stolido e servile, irresponsabile, per farsi largo tra la calca del palcoscenico della chitzoniut, di un mondo esteriore fatto di menzogne, di viltà, di mancanza di rispetto e libertà, in fin dei conti, verso sé stessi?

Ebreo, lei, signor sindaco Leoluca Orlando? Trovi il tempo, tra una celebrazione e l’altra, di studiare la storia degli ebrei, la storia viva, reale, non quella che ha in testa lei. La storia che in ebraico è toledot, generazioni, è ricordo, zachor, è l’esperienza della non rinuncia a essere sé stessi nell’esilio, per essere sé stessi nel viaggio di ritorno a Tsion.

 

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