L’ultimo delirio dell’Iran
“Impiccato un agente del Mossad…”  

di Flavio Pompetti –

«Abbiamo impiccato un agente del Mossad» ha scritto l’agenzia iraniana Fars nel comunicare la morte di Mahmoud Mousavi-Majd. Il cittadino iraniano era accusato di aver raccolto fonti di informazioni riservate, e di averle vendute «in cambio di somme ingenti in dollari» alle agenzie di intelligence straniere: la Cia e il Mossad. Una lettura più profonda della vicenda rivela però una nebulosa di accuse non provate e di date non concordanti, che fanno sospettare una diversa interpretazione della realtà.

Mahmoud-Mousavi-Majd

Il governo di Teheran sembra intento a costruire accuse e sentenze in modo strumentale, a seconda delle emergenze politiche e del bisogno di inviare messaggi alla cancellerie estere con le quali non ha canali di comunicazione aperti. Secondo la stampa iraniana, Mousavi-Majd era stato arrestato già nell’ottobre del 2018, e aveva ricevuto una sentenza nel giugno del 2019. Non è chiaro se dopo quest’ultima data fosse stato rilasciato, ma nel processo che ha portato alla sua condanna a morte, è stato accusato tra l’altro di aver passato informazioni sugli spostamenti del generale dei Quds Qasem Soleimani.

L’agguato mortale a Soleimani

Informazioni che sarebbero poi servite alla Cia per eseguire il raid aereo del 3 di gennaio di quest’anno, durante il quale un missile lanciato da un drone statunitense ha colpito e ucciso Soleimani nelle prossimità dell’aeroporto di Baghdad.

L’esecuzione di Mousavi-Majd è avvenuta il giorno dopo il ritorno in patria del ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif, reduce da una visita ufficiale in Iraq.Mousavi-Majd aveva viaggiato da giovane al fianco del padre, un uomo d’affari che aveva rapporti di lavoro con la Siria, e in questo paese era diventato un abile traduttore dall’arabo all’inglese. Forse era già lì all’inizio della rivolta contro Assad; di sicuro si era avvicinato al comando della forza di consulenza che l’Iran aveva inviato dopo lo scoppio della guerra civile a Idlib e a Latakia.

AliKhamene, Donald-Trump-Qassem Soleimani

È in questa funzione che sarebbe entrato in possesso delle informazioni che poi avrebbe venduto ad un agente della Cia in Medio Oriente. Il collegamento con la morte di Soleimani invece è menzionato nella fonte di agenzia, senza nessun riferimento specifico, e senza citare prove.

L’ambizioso raid lanciato dalla Cia all’inizio dell’anno ha lasciato ferite profonde nell’orgoglio nazionale dell’Iran, e il presidente Rouhani l’indomani dell’attacco aveva promesso vendetta.

A giugno le autorità giudiziarie del paese hanno emesso un mandato di cattura internazionale contro Donald Trump, con la promessa di renderlo esecutivo quando il leader statunitense lascerà la Casa Bianca.

A sei mesi dalle minacce, la vendetta non è ancora arrivata, se non nella forma di un bombardamento delle postazioni militari che ospitano i soldati statunitensi in Iraq. La cronaca locale ha invece registrato nell’ultimo mese esplosioni misteriose in prossimità della centrale nucleare di Natanz e del complesso militare di Parchin; attacchi che l’intelligence iraniana ritiene di nuove essere opera dell’intelligence Usa. Le Guardie rivoluzionarie hanno arrestato numerosi iraniani che sono stati dichiarati spie e collaboratori al soldo del nemico straniero: diciannove l’anno scorso, otto da gennaio ad oggi, tutti accusati di aver passato segreti sul programma nucleare.

La centrale nucleare di Natanz

Alcuni sono stati giustiziati, come, anche lui impiccato lo scorso febbraio a Teheran. Le esecuzioni soddisfano solo in parte la sete di rivalsa popolare che era emersa nei giorni successivi la morte di Soleimani. Sembrano centellinate dal governo, per dare l’impressione di un’attenzione continua al caso, e confermare la determinazione a non lasciare impunito l’oltraggio.

Dietro le quinte della tensione, Iran e Usa continuano invece a comunicare, come indicano le frequenti trattative per lo scambio di prigionieri. Washington vorrebbe riaprire il tavolo del negoziato sul nucleare a condizioni molto più restrittive, ma deve stare attenta a non pigiare troppo l’acceleratore per evitare che il governo di Tehran esca dall’isolamento con un abbraccio totale dell’alleanza già in corso con la Cina.

 “Messaggero”

 

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