L’università della follia
Scrivi Torino, leggi Palestina

collettivo Progetto Palestina

di Jacopo Ricca

Gli universitari di Torino scelgono il boicottaggio di Israele e del Technion, l’università di Haifa finita più volte nel mirino dei militanti pro Palestina. Con una mozione dura, votata a maggioranza (16 favorevoli e 5 contrari), il Consiglio degli studenti ha chiesto che il rettore Gianmaria Ajani «receda agli accordi attualmente in vigore con il Technion» entro la metà di aprile.

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Jacopo Ricca

La richiesta, che per essere valida dovrà essere votata da Senato accademico e consiglio d’amministrazione, è la prima ad essere approvata da un organo istituzionale di un ateneo italiano. Nel testo si sostiene, citando Amnesty International, che lo «Stato di Israele abbia deliberatamente colpito obiettivi civili e si sia reso responsabile di crimini di guerra durante l’attacco condotto nell’estate 2014 contro Gaza».

Gianmaria Ajani

Gianmaria Ajani

E gli studenti sposano la campagna di Bds, cioè boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele e le sue istituzioni. Un voto che arriva proprio nella settimana di sensibilizzazione sull’argomento organizzata dagli universitari del collettivo “Progetto Palestina” che da anni si battono contro questo tipo di accordi: «Siamo soddisfatti e speriamo che questo sia un primo passo e che anche altri atenei seguano questo esempio», commentano.

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Il collettivo Palestina in assemblea all’università di Torino

Tra i sette punti approvati nella mozione, si chiede di stracciare la collaborazione con il Technion che già negli anni scorsi aveva suscitato polemiche, e contro cui sono state raccolte centinaia di firme tra docenti e studenti di molte università italiane. Ma si invita anche l’ateneo «a prendere pubblicamente posizione contro le violazioni per parte israeliana della legislazione internazionale e della Dichiarazione universale dei diritti umani e a non intessere più relazioni con tutti quei soggetti che contribuiscano o traggano beneficio dalle violazioni israeliane e dai loro contatti con le forze armate di quel Paese».

(Repubblica)

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