L’uomo Del Monte

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di Margherita Borsa –

Sergio Del Monte lo incontro a Gerusalemme al Tempio italiano nel giorno di shabbat poco prima delle feste di Pesach. Ora vive in Israele, perché “sente che questa è casa sua”. Sapendo che sono ‘orfana’ in questo giorno dedicato alla preghiera e all’attenzione della famiglia, mi invita a pranzo, insieme a Renata, sua compagna di vita da oltre mezzo secolo. Non faccio domande, pur sapendo che ha una storia da raccontare, non voglio essere invadente. Solo successivamente lo contatto e gli chiedo se vuole parlare di quei giorni, dei suoi ricordi e delle sue emozioni.

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Margherita Borsa

“Ringrazio il buon Dio: non ha mai portato la stella gialla…” Sergio comincia così il suo straordinario racconto. Era piccolo quando  vennero emanate le leggi razziali e non capì subito che cosa stesse davvero succedendo. Ma ben presto se ne rese conto che qualcosa era success, Doveva iniziare ad andare a scuola, ma la cosa non accadde. Vedeva che i suoi genitori non si facevano più vedere in piazza. “ Mio padre aveva la licenza per la vendita di stoffe al mercato rionale di Roma, ma mi accorsi che giorno dopo giorno si vendeva sempre meno. Le pezze rimaste venivano allora portate da mia madre alle case delle clienti, solo quelle fidate, in modo da poter realizzare qualche soldo. Andava lei perché c’era la convinzione che fossero solo gli uomini a correre il pericolo di essere arrestati…”

Ma ovviamente non era così. Tutt’altro… “Venne il momento che fui costretto a lasciare la casa dove ero nato, fummo avvisati che i tedeschi avrebbero rallestrato tutto il quartiere.”

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Il rallestramento del ghetto di Roma

Quella mattina del 16 ottobre 1943 a Roma pioveva. La famiglia Dal Monte si ritrovò per strada e senza avere un piano preciso. “ Ricordo che dovevamo scegliere se percorrere viale Trastevere o di andare verso il Tempio, si scelse Trastevere, ma senza una ragione precisa. Per strada incontrammo, due Malach, due angeli,  che ci avvisarono che la strada non era sicura e, quindi, di tornare verso il Tempio…”

Sergio, rielabora da adulto i sentimenti del tempo, la consapevolezza del pericolo scampato, quel vivere senza certezze, la lotta per la sopravvivenza. La famiglia per non dare nelll’cchio meglio fu costretta a dividersi. Sergio e il fratello Leone, finirono in un convento e le suore per nasconderli meglio cambiarono il loro  cognome: divennero i fratelli Savi. La loro vita era in mano di altri, dovevano fidarsi, e non era semplice. “ E non era semplice vivere distanti dai genitori. Una volta per strada incontrai mio padre in compagnia di un simpatizzante fascista, dovetti far finta di non conoscerlo. Eppure sarei voluto saltargli al collo e riempirlo di baci…”

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Sergio e Renata

Nonostante tutto l’odio, la diffidenza che caratterizzavano quegli anni, il tono del racconto di Sergio non è mai rancoroso. Lui sostiene che si c’era l’antisemitismo ma c’era anche tanta solidarietà nei confronti degli ebrei, del resto se così non fosse stato, anche per lui, e per altri come lui, non ci sarebbe potuta essere la sopravvivenza. Le vessazioni ci sono sempre state. “Ora il grande pericolo per il popolo ebraico è l’Iran”.

La storia di quei giorni, Sergio la ha affidata alle pagine di un libro: “Scappa Armando!” che è arrivato alla sua seconda ristampa: i proventi della vendita sono destinati alla realizzazione di progetti rivolti ad aiutare i ragazzi cerebrolesi dell’associazione tsad kadima, a raggiungere la loro autonomia.

 

 

 

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