Ma che l’Olocausto
non sia un’ossessione

Abraham-Yehoshua

Abraham-Yehoshua

di Cristina Taglietti –

 Non è un invito a dimenticare l’Olocausto ma a non farlo diventare un’ossessione che impedisce di guardare avanti. Abraham Yehoshua lo dice chiaramente a Mantova dove oggi sarà protagonista di un incontro a per il Festivaletteratura Lo scrittore israeliano, 82 anni, parte dal suo ultimo libro Il tunnel (Einaudi) che attraverso la figura di un ingegnere ultrasettantenne e il suo lento scivolare nella demenza affronta il tema della memoria.

Cristina Taglietti

Cristina Taglietti

«Continuano a uscire libri, film, quella per l’Olocausto sta diventando un’ossessione che in Israele viene proiettata sugli arabi, invece bisogna guardare al presente, costruire insieme. Dobbiamo essere realistici, il mondo sta cambiando rapidamente — spiega Yehoshua —. L’Olocausto non c’entra con gli arabi».

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Tutti dovrebbero perdere un po’ di memoria per non rimanere bloccati, anche i Palestinesi. «Vedo continuamente giovani di Gaza andare alle barriere e dire “casa, casa” indicando dieci metri più in là. Io dico: andate avanti, costruite lì, ci sono fondi e possibilità, basta guardare indietro, sempre agli ultimi quarant’anni. Dobbiamo cambiare, normalizzarci».

Yehoshua amplia il discorso e mette sotto accusa quella che definisce la «politica dell’identità» che, secondo lui, riguarda anche la battaglia tra i generi: «Le divisioni e le contrapposizioni stanno diventando eccessive. Abbiamo fin troppa identità. È un fardello grande».

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Abraham Yehoshua

Un tempo sostenitore della necessità di due Stati, dice che «ora non si può più pensare in questi termini, dobbiamo immaginare un solo Stato, cercare un compromesso, costruire una cittadinanza come abbiamo fatto a Gerusalemme, passare dallo Stato ebraico allo Stato israeliano».

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L’ospedale al centro del suo libro, dove israeliani e palestinesi curano e vengono curati senza distinzione, è la metafora di questa possibile convivenza. «L’ho constatato quando è stata ricoverata mia moglie, e anche il mio amico Amos Oz».

Parlare della moglie significa parlare di amore: «Quando ho iniziato a scrivere Il tunnel lei si è ammalata — ricorda Yehoshua —. Ero a pagina settanta quando è morta, dopo cinquantasei anni insieme. Le aveva lette tutte e settanta. Dopo la sua morte ho dovuto andare avanti, l’amore si è riversato nel libro. Mi diceva di continuare a scrivere: “Se non lo fai diventi pazzo”. E io continuo, ora sto scrivendo dei racconti».

(Corriere della Sera)

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