Ma chi ha davvero vinto in Siria…

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di Paola Peduzzi –

Chi vince la guerra organizza le conferenze di pace e i piani di ricostruzione, difende i propri interessi di vincitore e mostra più o meno magnanimità nei confronti degli sconfitti. Per la Siria, la conferenza di pace è organizzata da Russia e Iran, quindi è chiaro chi sono i vincitori, pure se – ed è un “pure se” enorme – lo Stato islamico non è stato battuto dalla Russia né dall’Iran né tantomeno dal beneficiario assoluto di questa alleanza, l’highlander siriano Bashar el Assad.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

“Dopo la nostra vittoria sul terrorismo, siamo pronti a dialogare con quelli che vogliono veramente una soluzione politica”, ha detto il rais siriano dopo aver abbracciato il presidente russo, Vladimir Putin, a Sochi, ma quella “nostra vittoria sul terrorismo” non è del regime siriano né di quello russo né di quello iraniano: è degli Stati Uniti d’America. La lotta comune al terrorismo ha fatto da alibi all’alleanza Mosca-Teheran-Damasco per molti anni: mentre gli americani investivano uomini, risorse, capitale politico per “distruggere” lo Stato islamico – infine riuscendoci – gli altri lavoravano per distruggere i nemici interni di Assad e per allargare le proprie aree di influenza in Siria e nella regione.

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Vladimir Putin e Bashar el Assad

Questa è la vittoria che oggi rivendicano Putin e i suoi alleati, questa è la vittoria che permette loro di riunire altri leader per decidere insieme del futuro della Siria e di concedere all’America (e a Israele) soltanto una telefonata – lunga però, tutti lo sottolineano per mitigare l’effetto contentino – di ricognizione. Gli americani che hanno battuto lo Stato islamico, il nemico comune, restano spettatori, alla meglio informati dei fatti, ma probabilmente nemmeno quello.

La guerra in Siria, che è iniziata, è sempre utile ricordarlo, con una rivolta del popolo siriano contro il suo dittatore sull’onda delle primavere arabe, è stata scandita da molti paradossi e immense ipocrisie: la vittoria scippata all’America è il gran finale.

Ha pesato, e parecchio, sulla comprensione di questo conflitto, l’alibi di cui sopra, la lotta comune contro il terrorismo, che ci ha fatto a lungo credere che ci fossero margini di collaborazione efficaci e duraturi tra gli Stati Uniti e la Russia, sia di intelligence, sia militari, sia strategici.

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Ancora adesso si sente parlare di piani decisi assieme, ma è sempre più evidente che non c’è nulla di condiviso se non qualche patto di non-attacco diretto che ha impedito – per fortuna – incidenti che avrebbero avuto conseguenze molto gravi.

Ma gli interessi tra Russia e Stati Uniti sono divergenti, lo sono da sempre, lo sono nello specifico e lo sono a livello ideologico: l’Amministrazione Trump è straordinariamente anti iraniana, e l’Iran è il primo partner di Putin nella missione di “salvare la Siria dal collasso”.

Ci sarebbe anche un altro capitolo da aprire che riguarda tutti coloro che si scagliano contro l’imperialismo americano e contro le guerre-fatte-per-il-petrolio degli americani e che neppure si sognano di denunciare l’imperialismo russo: ma è un capitolo ampio, se ne riparlerà.

Intanto l’America sparisce dalla gestione del futuro della Siria che, come si sa, è anche gestione di un’intera regione. Tale sparizione non è dovuta esclusivamente a Donald Trump: i leitmotiv della politica estera dell’ex presidente Barack Obama erano “ritiro” e “leading from behind”. Dopo l’interventismo dell’Amministrazione Bush, l’America ha iniziato un processo di disimpegno e di rafforzamento delle forze locali e regionali: ma l’irrilevanza no, non era tra gli obiettivi perseguiti.

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Barack Obama

Gli Stati Uniti hanno investito uomini e risorse in Siria, ma dal punto di vista diplomatico e di immagine, anche per assecondare un’opinione pubblica spazientita dalle guerre in posti lontani apparentemente non rilevanti per la sicurezza nazionale (vedi la Libia), hanno lasciato la regia ad altri paesi.

Ci sono stati momenti d’improvvisazione al limite della comicità: nel settembre del 2013, quando ancora aleggiava l’ipotesi di un blitz guidato dagli americani contro Assad, che aveva usato le armi chimiche violando la famigerata “linea rossa” stabilita da Obama (abbiamo scoperto dopo che anche questa linea fu un’improvvisazione in diretta tv), l’allora segretario di stato John Kerry rispose a una domanda in conferenza stampa a Londra.

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C’è modo per la Siria di evitare un attacco americano? “Certo. Può consegnare ogni pezzo del suo arsenale chimico alla comunità internazionale entro la prossima settimana, ma non lo farà”. Mentre rientrava a Washington, Kerry fu contattato dal ministero degli Esteri russo: stiamo per fare un annuncio. Mosca aveva detto a Damasco di consegnare le armi e di fare entrare gli ispettori, Damasco aveva accolto l’offerta. E’ così, dopo una risposta frettolosa e sarcastica, che i russi hanno iniziato a prendere la regia della gestione del regime di Assad, il quale utilizza tutt’oggi, quattro anni dopo, armi chimiche che evidentemente non sono state mai consegnate.

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l’attacco Usa in SIria

Ci sono altri episodi come questi, più deprimenti, come la noia di Obama che mastica nicorette scrollando lo schermo del BlackBerry mentre si decide se armare i ribelli siriani, e se sì quali. C’è anche, e qui si arriva a Trump, un tentativo di mettere fine alla carneficina voluta da Assad contro il suo stesso popolo: ad aprile, l’America ha lanciato 50 missili contro una base militare siriana vicino a Damasco.

Un blitz che fece enormemente discutere, di cui oggi ci siamo quasi dimenticati. Perché nella retorica dell’America First, nella retorica del disimpegno, del lasciare fare agli altri, dell’occuparsi di sé e non del mondo, quel blitz è sembrato un’intemperanza del presidente, uno sbotto d’ira o di ripugnanza verso azioni criminali, non una decisione politica e strategica. E nel vuoto, poi, ci si perde, di più: si perde anche quando si aveva vinto.

(Foglio)

 

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