“Mai dimenticare”
Una maledizione, una speranza

BOSTON - NOVEMBER 11: Political notables honored veterans and their families at the Massachusetts State House in the Hall of Flags during a morning ceremony on Sunday, November, 2012. Special guests included Stephan Ross, of Boston, a Holocaust survivor of 10 concentration camps who rescued by American soldiers at Dachau in 1945. Here, Ross (in striped uniform) and family members of late soldier Steve Sattler (seen in framed picture) met for the first time. (Photo by Dina Rudick/The Boston Globe via Getty Images)

Szmulek Rozental ricorda ancora quel giorno del 1939 in Polonia in cui udì il rombo dei camion e vide quei 20 soldati: si fermarono, stesero coperte sul terreno e, con l’aiuto dei poliziotti, chiesero che tutti gli oggetti di valore fossero consegnati. Poco tempo dopo tutti gli ebrei vennero spediti nei campi di concentramento.

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Szmulek Rozental , Steve Ross

Szmulek trascorse i successivi sei anni a lottare per sopravvivere in condizioni disumane finendo poi per essere recluso nei campi di Auschwitz-Birkenau e Dachau. Veniva brutalmente picchiato ed era talmente magro da poter contare le ossa. Fu sodomizzato dai soldati nazisti e costretto a fare sesso orale ogni giorno. Ora ha 89 anni e il sopravvissuto all’Olocausto, che da quando è arrivato negli Stati uniti si chiama Steve Ross, ha raccontato quegli orrori nel libro: “From Broken Glass: My Story of Finding Hope in Hitler’s Death Camps to Inspire a New Generation”.

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«A volte farei qualsiasi cosa per dimenticare – ha detto – Lo vorrei solo per un giorno, per un’ora, o anche un solo momento. Vorrei essere libero dai ricordi. Il mantra “Mai dimenticare” a volte suona come la mia maledizione, ma dobbiamo lasciare che le generazioni future comprendano il potere dell’odio»

Per 40 anni ha lavorato come psicologo nelle scuole di Boston, motivando i ragazzi disagiati ad abbandonare la strada. Parlava degli orrori che aveva vissuto, ma ben presto si è reso conto che non era abbastanza e ha guidato la campagna per costruire il New England Holocaust Memorial a Boston nel 1995.

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Ross è un orfano dall’Olocausto ed è stato uno dei testimoni della crudeltà. Aveva nove anni quando i genitori capirono che dovevano portare via lui e il fratello Wladek. Affidarono i due bambini a un contadino e li salutarono con la promessa che si sarebbero rivisti, ma non accadde mai. I bimbi riuscirono a nascondersi durante diverse incursioni dei tedeschi in una mangiatoia, ma quando le visite si intensificarono dovette andare via.

Vissero per un anno insieme ad altri ebrei in un accampamento in una foresta, negando la loro identità e pulendo gli stivali ai soldati: sputavano ogni volta che sentivano la parola “Juden” e facevano i loro i loro bisogni lontano dagli altri per evitare di essere circoncisi.

Fino al giorno in cui vennero scoperti, picchiati e mandati nei campo di concentramento di Budzyn: da quel momento solo orrore e fame. I più deboli venivano fucilati, erano nutriti con brodo e un piccolo pezzo di pane, tra i lamenti e i pianti dei bambini e delle persone sofferenti.

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«Mucchi di corpi si accumulavano in fosse comuni in attesa di essere inceneriti – scrive nel libro – Un vecchio morto, nudo, era da tre giorni impigliato nel filo spinato.

La latrina era così sporca che gli uomini vomitavano quando entravano. Le larve fiancheggiavano le pareti e gli eserciti di scarafaggi correvano sui pavimenti. Al posto della carta igienica veniva usato un giornale, uno straccio o una mano.

I ragazzi di questo campo lavoravano in cucina, sbucciavano patate, pulivano verdure e lavavano le stoviglie per i soldati tedeschi. Con tagli e lividi ovunque, con lo stomaco vuoto e dolorante».

Durante quel periodo, diverse volte Szmulek si nascose in una latrina tra urina ed escrementi umani per evitare di essere ucciso.

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Ha lavorato nell’inceneritore, spalando le ceneri di persone che conosceva. In qualche modo Szmulek ha trovato la forza di vivere superando botte, stupri e fame. Quando gli alleati liberarono i campi, nell’aprile del 1945, i soldati americani piansero nel vedere le condizioni dei sopravvissuti. Negli anni successivi a Dachau, Szmulek, che divenne Steve Ross quando si trasferì negli Stati Uniti, ebbe gli incubi e cercava di raschiare via dalla sua pelle gli orrori del passato.

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Ma c’è un ricordo bello che lo ha accompagnato i questi anni: il viso del comandante americano che liberò Dachau nel 1945. Quando vide quel giovane ragazzo camminare davanti a lui, il comandante saltò giù dal suo carro armato e lo abbracciò dicendogli le prime parole gentili che sentiva da cinque anni.

Ross non ha mai smesso di cercare quel soldato e ha sempre portato con lui la bandiera a stelle e strisce che gli aveva regalato.

(Dagonews)

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