Nella carne, nel cuore, nell’anima

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di Stefano Jesurum –

Che orrore la speculazione in malafede sulla memoria, sul ricordo; e che vergogna l’uso strumentale della storia. Lo spettacolo a cui anche quest’anno ci è toccato assistere intorno alla data del 10 febbraio – foibe e questione orientale – la dice lunga riguardo a ciò che tutti, noi tutti, vogliamo sapere o non sapere a seconda di quanto ci è più “comodo”, e non soltanto politicamente.

Stefano Jesurum

Stefano Jesurum

In fondo, ammettiamolo, le tragedie del passato continuano a riguardare chi le ha vissute, o chi di quelle tragiche sofferenze è discendente.Insomma chi le ha nella carne, nel cuore, nell’anima.

51cRsF+OzlL._SX327_BO1,204,203,200_Mi è così venuto da andare a rileggere alcune toccanti pagine de Il vento degli altri di Silvia Cuttin (Pendragon). Fiume, oggi Rijeka: dalle criminali puttanate dannunziane agli obbrobri titini, passando per il fascismo assassino, la paura, l’eroismo, le delazioni, l’amore e la passione che non guardano alle etnie e alle classi sociali ma la maggior parte delle volte vengono sconfitti dalla storia.

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Una storia che ci interroga anche dalle pagine di Prima che la Jugoslavia finisse, romanzo storico, o storia fatta romanzo, di Giovanna Tesser (infinito edizioni). Pola, Istria, l’invasione italiana, la lotta partigiana, gli odi etnici, le foibe, le terre abbandonate, le delusioni, le fedi politiche spietate.

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Vittime che non dovrebbero diventare mai numeri o generici atti di memoria, perché perdendo pathos il ricordo rinuncia al proprio compito, umano prima ancora che civico e politico.
Con il disastroso rischio – come magistralmente ci ricorda Chimamanda Ngozi Adichie in Il pericolo di un’unica storia, Einaudi – di creare stereotipi, “e il problema degli stereotipi non è tanto che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un’unica storia”.

(Moked)

 

 

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