“Pace per due Stati e due Popoli”
Il discorso di Netanyahu all’Onu

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di Carlo Paolo Visconti

Il discorso tenuto da Benjamin Netanyahu all’assemblea generale delle nazioni unite il 22 settembre 2016, è stato uno di quei discorsi che lasceranno il segno. Il primo ministro israeliano ha ribadito il suo impegno per una soluzione del conflitto israelo-palestinese che preveda la creazione di due Stati.

“Rimango impegnato a una visione di pace sulla base di due Stati per due popoli”, ha detto Netanyahu nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, invitando la parte palestinese a scegliere il metodo dei colloqui e proponendo al leader palestinese Mahmoud Abbas di impegnarsi per un dialogo tra i due Parlamenti. “Presidente Abbas, invece di raduni contro Israele alle Nazioni Unite vi invito a parlare al popolo israeliano alla Knesset a Gerusalemme. Io verrò volentieri a parlare con il Parlamento palestinese a Ramallah”, ha sottolineato Netanyahu. Ma non è tutto: la linea rossa, l’ultimatum all’Iran e le elezioni in Usa, il suo intervento non ha tralasciato nulla. E tutto con un grande impatto comunicativo.

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Benjamin Netanyahu

Pubblichiamo la versione integrale del discorso di Netanyahu all’assemblea generale delle nazioni unite.

“Dirò una cosa che potrebbe scioccarvi: Israele ha un futuro luminoso, qui alle Nazioni Unite. So che detto da me suona sorprendente, giacché anno dopo anno mi sono scagliato da questo podio contro le Nazioni Unite per la loro ossessiva fissazione contro Israele. E le Nazioni Unite sicuramente si meritavano ognuna di quelle dure parole.

Per sua disgrazia, l’Assemblea Generale lo scorso anno ha approvato 20 risoluzioni contro lo stato democratico d’Israele e un totale di tre risoluzioni contro tutti gli altri paesi del pianeta. Israele 20, resto del mondo 3.

Che dire poi di quella barzelletta chiamata Consiglio Onu per i diritti umani, che ogni anno condanna Israele più di tutti i paesi del mondo messi insieme. Mentre in varie parti del mondo le donne vengono sistematicamente violentate, uccise, vendute come schiave, qual è l’unico paese che la Commissione Onu sulle donne ha deciso di condannare quest’anno? Indovinato: Israele. Proprio Israele, dove le donne pilotano aerei da combattimento, guidano grandi aziende, dirigono università, presiedono – è già successo due volte – la Corte Suprema, e sono state presidenti della Knesset e primi ministri. Questo circo continua all’Unesco, l’organismo delle Nazioni Unite incaricato di preservare il patrimonio culturale mondiale. E’ persino difficile da credere, ma l’Unesco poco tempo fa ha negato il legame di 4.000 anni tra il popolo ebraico e il suo luogo più sacro, il Monte del Tempio (a Gerusalemme): che è assurdo quanto lo sarebbe negare il legame tra la Grande Muraglia cinese e la Cina.

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Le Nazioni Unite, nate come una forza morale, sono diventate una farsa morale. Per cui, quando si tratta di Israele alle Nazioni Unite, probabilmente pensate che non cambierà mai niente, giusto? Ebbene, ricredetevi. Giacché cambierà tutto, e molto prima di quanto si possa pensare. Il cambiamento avverrà in questa sala, perché a casa vostra i vostri rispettivi governi stanno rapidamente cambiando il loro atteggiamento nei confronti di Israele. E prima o poi questo finirà col cambiare il modo in cui si vota su Israele alle Nazioni Unite. In Asia, in Africa, in America Latina sono sempre più numerose le nazioni che vedono Israele come un partner poderoso: un partner nella lotta contro il terrorismo di oggi, un partner nello sviluppo della tecnologia di domani.

Oggi Israele ha relazioni diplomatiche con più di 160 paesi. E’ quasi il doppio di quelli con cui avevamo relazioni diplomatiche quando ero qui, come ambasciatore d’Israele all’Onu, una trentina di anni fa. E quei legami diventano ogni giorno più ampi e profondi. I leader mondiali apprezzano sempre di più il fatto che Israele è un paese forte, con uno dei migliori servizi di intelligence al mondo. A causa della nostra esperienza senza eguali e delle nostre comprovate capacità nella lotta contro il terrorismo, molti dei vostri governi cercano il nostro aiuto per garantire sicurezza ai vostri paesi.

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Molti poi cercano di avvantaggiarsi dell’ingegnosità israeliana nell’agricoltura, nella sanità, nella gestione dell’acqua, nell’informatica e nella combinazione di grandi dati, connettività e intelligenza artificiale: la combinazione che sta cambiando il nostro mondo sotto ogni aspetto. Si consideri questo fatto. Israele è leader mondiale nel riciclaggio delle acque reflue. Noi ricicliamo circa il 90% delle nostre acque di scarico. Ebbene, il secondo paese della lista ricicla solo il 20% della sue acque reflue. Dunque Israele è una potenza mondiale in fatto di gestione dell’acqua. Quindi, se il mondo è assetato, e lo è, non ha alleato migliore di Israele. E la sicurezza informatica? E’ un problema che riguarda tutti. Israele ha l’0,1% della popolazione mondiale, eppure l’anno scorso abbiamo attratto circa il 20% degli investimenti privati mondiali in sicurezza informatica. Per chiarire il punto: nell’informatica Israele conta 200 volte di più del proprio peso demografico. Dunque Israele è anche una potenza mondiale dell’informatica. Se gli hacker prendono di mira le vostre banche, i vostri aerei, le vostre reti elettriche e tutto il resto, Israele può offrirvi un aiuto indispensabile. I governi stanno cambiando il loro atteggiamento nei confronti di Israele perché sanno che Israele può aiutarli a proteggere le loro rispettive popolazioni, può aiutarli a nutrirle, a migliorare la loro vita.

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Ma ora vi stupirò ancora di più. Vedete, il cambiamento più grande nell’atteggiamento verso Israele è in atto nel mondo arabo. I nostri trattati di pace con l’Egitto e la Giordania continuano ad essere àncore di stabilità in un Medio Oriente così instabile. Ma per la prima volta nella mia vita vedo molti altri stati della regione riconoscere che Israele non è il loro nemico. Anzi, riconoscono che Israele è il loro alleato. I nostri nemici comuni sono l’Iran e l’ISIS. I nostri obiettivi comuni sono la sicurezza, la prosperità e la pace. Credo che nei prossimi anni lavoreremo insieme per raggiungere questi obiettivi, e collaboreremo alla luce del sole.

Dunque le relazioni diplomatiche di Israele stanno vivendo una vera rivoluzione. Ma nel mezzo di questa rivoluzione, non dimentichiamo mai che la nostra alleanza più cara, la nostra più profonda amicizia è quella con gli Stati Uniti d’America, la più potente e generosa delle nazione della terra. Il nostro indissolubile legame con gli Stati Uniti d’America trascende i partiti e la politica. Esso riflette, sopra ogni altra cosa, il sostegno schiacciante per Israele della popolazione americana, un sostegno che è a livelli record e per il quale siamo profondamente grati.

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Credo che non sia lontano il giorno in cui noi israeliani potremo contare su moltissimi paesi al nostro fianco, qui alle Nazioni Unite. Lentamente ma inesorabilmente si avvicina alla fine l’epoca degli ambasciatori all’Onu che approvano automaticamente ogni condanna di Israele. L’odierna maggioranza automatica contro Israele alle Nazioni Unite mi ricorda l’incredibile storia di Hiroo Onoda, quel soldato giapponese mandato nelle Filippine nel 1944 che visse da solo nella giungla fino al 1974. Per trent’anni Hiroo si rifiutò di credere che la seconda guerra mondiale fosse finita. Mentre stava nascosto nella giungla, i turisti giapponesi nuotavano nelle piscine degli alberghi americani nella vicina Manila. Infine, per fortuna, l’ex comandante di Hiroo fu mandato a convincerlo a uscire dalla macchia. Solo allora Hiroo depose le armi. Signore e signori, io vi dico: deponete le armi. La guerra contro Israele alle Nazioni Unite è finita. Forse alcuni di voi non lo sanno ancora, ma sono sicuro che un giorno, in un futuro non troppo lontano, anche voi riceverete dal vostro presidente o primo ministro il messaggio che annuncia che la guerra contro Israele alle Nazioni Unite è conclusa.

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Sì, lo so, potrebbe esserci una tempesta prima della calma. So che si parla di coalizzarsi contro Israele alle Nazioni Unite entro la fine di quest’anno. Ebbene, data la storia di ostilità dell’Onu verso Israele, qualcuno crede davvero che Israele permetterà alle Nazioni Unite di decidere della nostra sicurezza e dei nostri vitali interessi nazionali? Noi non accetteremo nessun tentativo da parte delle Nazioni Unite di dettare condizioni a Israele. La strada per la pace passa per Gerusalemme e Ramallah, non per New York. Ma indipendentemente da ciò che accadrà nei prossimi mesi, ho totale fiducia che negli anni a venire la rivoluzione nella posizione di Israele tra le nazioni entrerà finalmente anche in questa sala. In effetti ho così tanta fiducia che prevedo che fra un decennio un primo ministro israeliano verrà su questo podio ad applaudire le Nazioni Unite.

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Ma voglio chiedervi: perché aspettare un decennio? Perché continuare a calunniare Israele? Forse perché alcuni di voi non si rendono che il pregiudizio ossessivo contro Israele non è solo un problema per il mio paese: è un problema per i vostri paesi. Giacché, se l’Onu impiega così tanto del suo tempo nel condannare l’unica democrazia liberale in Medio Oriente, gli resta ben poco tempo per occuparsi di guerre, malattie, povertà, cambiamento climatico e di tutti gli altri gravi problemi che affliggono il pianeta.

Forse che il milione e mezzo di siriani massacrati traggono qualche beneficio dalle condanne di Israele, quello stesso Israele che ha curato migliaia di feriti siriani nei suoi ospedali, compreso un ospedale da campo che il mio governo ha appositamente eretto sulle alture del Golan al confine con la Siria? Forse che i gay impiccati alle gru in Iran traggono qualche beneficio dalla denigrazione d’Israele, quello stesso Israele dove i gay sfilano orgogliosamente per le strade e siedono in parlamento, compreso – sono fiero di ricordare – per il mio stesso partito, il Likud? Forse che i bambini che muoiono di fame nella spietata tirannia della Corea del Nord traggono qualche beneficio dalla demonizzazione di Israele, quello stesso Israele il cui know-how agricolo permette di nutrire affamati in tutto il mondo in via di sviluppo? Quanto prima finirà la fissazione ossessiva delle Nazioni Unite contro Israele, tanto meglio sarà per Israele, per i vostri paesi, per le stesse Nazioni Unite.

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Se le cattive abitudini delle Nazioni Unite stentano a morire, è ancora più difficile che muoiano le cattive abitudini palestinesi. Il presidente Abu Mazen ha appena attaccato da questo podio la Dichiarazione Balfour. Sta preparando una causa contro la Gran Bretagna per via di questa dichiarazione del 1917, quasi 100 anni fa. A proposito di restare bloccati nel passato….

A questa stregua i palestinesi potrebbero citare in giudizio anche l’Iran per la “Dichiarazione di Ciro” che permise agli ebrei di ricostruire il Tempio di Gerusalemme 2.500 anni fa. Anzi, a pensarci bene, perché non organizzare una class action palestinese contro Abramo per aver acquistato quel pezzo di terra a Hebron dove vennero sepolti 4.000 anni fa patriarchi e matriarche del popolo ebraico? C’è poco da ridere, siamo a questo assurdo. Citare in giudizio il governo britannico per la Dichiarazione Balfour? Ma sta scherzando? E questa cosa viene presa sul serio qui?

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Il presidente Abu Mazen ha attaccato la Dichiarazione Balfour perché essa riconosce il diritto del popolo ebraico ad una sede nazionale nella Terra di Israele. Le Nazioni Unite, quando nel 1947 sostennero la creazione di uno stato ebraico, riconobbero i nostri diritti storici e morali nella nostra patria. Eppure oggi, quasi 70 anni dopo, i palestinesi si rifiutano ancora di riconoscere tali diritti: il nostro diritto a una patria, il nostro diritto a uno stato, il nostro diritto a qualunque cosa. Questo rimane il vero cuore del conflitto: il persistente rifiuto palestinese di riconoscere lo stato ebraico entro qualsiasi confine. Vedete, questo conflitto non è sugli insediamenti. Non lo è mai stato. Il conflitto ha imperversato per decenni prima che vi fosse un solo insediamento, quando Giudea e Samaria e Gaza erano completamente in mani arabe. La Cisgiordania e Gaza erano in mani arabe, eppure ci attaccarono più e più volte. E quando abbiamo sgomberato tutti i 21 insediamenti dalla striscia di Gaza ritirandoci fin dall’ultimo centimetro, non abbiamo ottenuto la pace da Gaza: abbiamo ottenuto migliaia di razzi sparati contro di noi da Gaza. Questo conflitto infuria perché i veri insediamenti a cui mirano i palestinesi sono Haifa, Jaffa e Tel Aviv. Sia chiaro, la questione degli insediamenti è reale, e può e deve e essere risolta nei negoziati sullo status finale. Ma questo conflitto non è mai stato sugli insediamenti né sulla creazione di uno stato palestinese. E’ sempre stato un conflitto sull’esistenza stessa di uno stato ebraico, uno stato ebraico entro qualunque confine. Israele è pronto, io sono pronto a negoziare tutte le questioni relative allo status finale. Ma una cosa non negozieremo mai: Il nostro diritto al solo ed unico stato ebraico. Se i i palestinesi avessero detto sì allo stato ebraico nel 1947, non ci sarebbe stata nessuna guerra, nessun profugo, nessun conflitto. Quando i palestinesi diranno finalmente sì a uno stato ebraico, potremo porre fine a questo conflitto una volta per tutte.

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Qui sta la tragedia. Perché, vedete, i palestinesi non solo sono intrappolati nel passato, ma i loro capi stanno anche avvelenando il futuro. Proviamo a immaginare una giornata nella vita di un 13enne palestinese, lo chiameremo Ali. Ali si sveglia e prima di andare a scuola si allena in una squadra di calcio che prende il nome da Dalal Mughrabi, una terrorista palestinese responsabile dell’assassinio di 37 passeggeri israeliani su un autobus. Una volta a scuola, Ali partecipa a un evento promosso dal Ministero della Pubblica Istruzione palestinese in onore di Baha Alyan, che l’anno scorso ha ucciso tre civili israeliani. Sulla via di casa, Ali alza lo sguardo verso un’imponente statua eretta poche settimane fa dall’Autorità Palestinese per celebrare Abu Sukar, che fece esplodere una bomba nel centro di Gerusalemme uccidendo 15 israeliani. Quando arriva a casa, Ali accende la tv e vede l’intervista a un esponente palestinese, Jibril Rajoub, che dice che se avesse una bomba atomica la farebbe esplodere oggi stesso sopra Israele. Poi Ali accende la radio e sente un consigliere del presidente Abu Mazen, Sultan Abu al-Einein, che esorta i palestinesi a – cito testualmente – “tagliare la gola agli israeliani ovunque li troviate”. Ali dà un’occhiata a Facebook e vede un recente post del partito Fatah, del presidente Abu Mazen, che definisce “un atto eroico” il massacro di 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco. Poi, su YouTube, Ali guarda una clip dello stesso presidente Abu Mazen che dice, cito testualmente: “Diamo il benvenuto a ogni goccia di sangue versata a Gerusalemme”. Infine, a cena, Ali chiede a sua madre cosa accadrebbe se lui uccidesse un ebreo e finisse in un carcere israeliano. E lei gli risponde che gli verrebbero pagati migliaia di dollari al mese dall’Autorità Palestinese. Anzi, gli spiega, più ebrei uccidesse, più soldi riceverebbe. E quando uscisse di prigione, ad Ali verrebbe garantito un posto di lavoro con l’Autorità Palestinese.

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Tutto questo è la pura realtà. Succede ogni giorno, ininterrottamente. Purtroppo il nostro Ali rappresenta centinaia di migliaia di ragazzini palestinesi che vengono indottrinati all’odio continuamente, in ogni momento. Un vero e proprio abuso sui minori. Immaginate se vostro figlio subisse questo lavaggio del cervello. Immaginate cosa ci vuole perché un ragazzino o una ragazzina riescano a liberarsi da questa cultura dell’odio. Alcuni lo fanno, troppi altri no. Come ci si può aspettare che i giovani palestinesi sostengano la pace quando i loro capi avvelenano le loro menti contro la pace?

Noi in Israele non facciamo tutto questo. Noi educhiamo i nostri figli alla pace. Proprio di recente il mio governo ha lanciato un programma pilota per rendere obbligatorio lo studio della lingua araba per i bambini ebrei in modo che possiamo capirci meglio l’un l’altro, in modo che possiamo vivere insieme fianco a fianco in pace. Naturalmente, come tutte le società anche Israele ha frange marginali estremiste. Ma è la nostra risposta a quelle frange marginali ciò che fa la differenza. Prendete il tragico caso di Ahmed Dawabsha. Non dimenticherò mai la mia visita ad Ahmed in ospedale, poche ore dopo che era stato aggredito. Un ragazzino, anzi un bambino, gravemente ustionato. Ahmed è stato vittima di un atto terroristico orribile perpetrato da ebrei. Giaceva fasciato e privo di sensi mentre i medici israeliani si adoperavano senza sosta per salvarlo. Non c’è parola che possa portare conforto a questo bambino o alla sua famiglia. Tuttavia, mentre ero al suo capezzale, ho detto allo zio: “Questo non è il modo di fare della nostra gente” e ho disposto misure straordinarie per consentire di trascinare davanti alla giustizia gli aggressori di Ahmed. E oggi dei cittadini ebrei israeliani accusati d’aver attaccato la famiglia Dawabsha sono in carcere in attesa di giudizio.

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Per alcuni, questa storia dimostra che entrambe le parti hanno i propri estremisti e che entrambe le parti sono egualmente responsabili di questo conflitto apparentemente infinito. In realtà, ciò che la storia di Ahmed dimostra è esattamente il contrario. Dimostra la profonda differenza tra le nostre due società, perché mentre i leader israeliani condannano i terroristi, tutti i terroristi, arabi ed ebrei allo stesso modo, i leader palestinesi celebrano i terroristi. Mentre Israele mette in prigione il pugno di terroristi ebrei che si trovano fra noi, i palestinesi pagano le migliaia di terroristi che si trovano fra loro. E allora dico al presidente Abu Mazen: dovete fare una scelta. Potete continuare a fomentare l’odio come avete fatto fino ad oggi, oppure potete finalmente combattere l’odio e operare insieme a noi per stabilire la pace tra i nostri popoli.

So quello che si dice e so che molti di voi hanno rinunciato alla pace. Ma voglio che sappiate: io non ho rinunciato alla pace. Rimango impegnato a una visione di pace sulla base di due stati per due popoli. Credo come mai prima d’ora che i cambiamenti in atto nel mondo arabo offrono un’occasione unica per far progredire la pace. Mi congratulo con il presidente egiziano al-Sisi per i suoi sforzi volti a promuovere la pace e la stabilità nella nostra regione. Israele accetta volentieri lo spirito dell’iniziativa di pace araba e un dialogo con i paesi arabi per promuovere una pace più ampia. Ritengo che, per raggiungere appieno quella pace più ampia, i palestinesi debbano farne parte. Sono pronto ad avviare oggi stesso negoziati per raggiungere questo obiettivo. Non domani o la prossima settimana: oggi. Il presidente Abu Mazen ha parlato da questo podio un’ora fa. Non sarebbe stato meglio se invece di parlare uno dopo l’altro ci fossimo parlati l’un l’altro? Presidente Abu Mazen, invece di inveire contro Israele alle Nazioni Unite qui a New York, io la invito a venire a parlare al popolo israeliano alla Knesset a Gerusalemme. E sarei ben lieto di venire a mia volta a parlare al parlamento palestinese a Ramallah.

epa03412871 Benjamin Netanyahu, Prime Minister of the State of Israel addresses the 67th session of the United Nations General Assembly at United Nations headquarters in New York, New York, USA, 27 September 2012. EPA/JASON SZENES

Mentre Israele persegue la pace con tutti i vicini, sappiamo anche che non c’è peggior nemico della pace delle forze dell’islam estremista. La scia di sangue lasciata da questo fanatismo attraversa ormai tutti i continenti qui rappresentati: Parigi e Nizza, Bruxelles e Baghdad, Tel Aviv e Gerusalemme, Minnesota e New York, Sydney e San Bernardino. Così tanti hanno patito la sua ferocia: cristiani ed ebrei, donne e gay, yazidi e curdi e molti, molti altri. Ma il prezzo più alto di tutti è stato pagato dai musulmani innocenti. Centinaia di migliaia massacrati senza pietà, milioni trasformati in profughi disperati, decine di milioni crudelmente soggiogati. La sconfitta dell’islam estremista sarà quindi una vittoria per tutta l’umanità, ma lo sarà soprattutto per quei tanti musulmani che desiderano una vita senza paura, una vita di pace, una vita di speranza. Ma per sconfiggere le forze dell’islam estremista dobbiamo lottare senza tregua, dobbiamo combattere nel mondo reale e nel mondo virtuale, dobbiamo smantellare le loro reti, bloccare i loro finanziamenti, screditare la loro ideologia. Possiamo sconfiggerli e li sconfiggeremo. Il Medioevo non può competere con la modernità. La speranza è più forte dell’odio, la libertà più forte della paura. Possiamo farcela.

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Israele combatte ogni giorno questa battaglia cruciale contro le forze dell’islam estremista. Manteniamo i nostri confini al sicuro dall’ISIS, impediamo il traffico di armi strategiche verso Hezbollah in Libano, sventiamo attentati terroristici palestinesi in Giudea e Samaria, la Cisgiordania, ed esercitiamo la deterrenza contro gli attacchi missilistici dalla striscia di Gaza controllata da Hamas. Quella stessa organizzazione terroristica Hamas che, in modo incredibilmente crudele, si rifiuta di restituirci tre nostri cittadini e i corpi dei nostri soldati caduti Oron Shaul e Hadar Goldin. I genitori di Hadar Goldin, Lia e Simcha, sono qui con noi oggi. Hanno una sola richiesta: poter seppellire il loro amato figlio in Israele. Chiedono una cosa semplice: poter visitare la tomba del figlio caduto Hadar. Ma Hamas rifiuta. Non gliene può importare di meno. E io vi scongiuro di stare dalla parte di questi genitori, dalla parte di tutto ciò che è dignitoso nel nostro mondo contro la disumanità di Hamas, che infrange ogni regola umanitaria.

La più grande minaccia per il mio paese, per la nostra regione e, in definitiva, per il nostro mondo resta il regime islamista dell’Iran. L’Iran persegue apertamente la distruzione di Israele, minaccia paesi in tutto il Medio Oriente, sponsorizza il terrorismo in tutto il mondo. Quest’anno ha lanciato missili balistici in aperta sfida alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e ha ampliato la sua aggressione in Iraq, in Siria, nello Yemen. L’Iran, il principale sponsor mondiale del terrorismo, ha continuato a sviluppare la sua rete terroristica globale: quella rete si estende ora su cinque continenti. Quello che voglio dirvi è questo: la minaccia che l’Iran rappresenta per tutti noi non è alle nostre spalle, è davanti a noi. Nei prossimi anni ci deve essere uno sforzo continuo e unitario per respingere l’aggressione e il terrorismo iraniani. Con le restrizioni imposte al programma nucleare iraniano un anno più vicine alla scadenza, voglio essere del tutto chiaro: Israele non permetterà mai al regime terrorista iraniano di sviluppare armi nucleari, né adesso, né fra dieci anni, né mai.

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Sono comunque pieno di speranza, perché Israele è in grado di difendersi da solo contro ogni minaccia. Sono pieno di speranza perché il valore dei nostri combattenti, uomini e donne, non è secondo a nessuno. Sono pieno di speranza perché so che le forze della civiltà alla fine trionferanno sulle forze del terrore. Sono pieno di speranza perché nell’era dell’innovazione, Israele – il paese dell’innovazione – è fiorente più che mai. Sono pieno di speranza perché Israele opera instancabilmente per promuovere eguaglianza e opportunità per tutti i suoi cittadini: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, tutti. E sono pieno di speranza perché, a dispetto di tutti gli scettici, credo che negli anni a venire Israele forgerà una pace duratura con tutti i vicini.

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Sono fiducioso di quello che Israele può realizzare perché ho visto ciò che Israele ha realizzato. Nel 1948, l’anno dell’indipendenza di Israele, la nostra popolazione contava 800mila persone e la nostra esportazione principale erano le arance. Allora la gente diceva che eravamo troppo piccoli, troppo deboli, troppo isolati, troppo inferiori di numero per sopravvivere, figuriamoci per prosperare. Gli scettici si sbagliavano su Israele allora, gli scettici si sbagliano su Israele oggi. La popolazione d’Israele è cresciuta di dieci volte, la nostra economia di quaranta volte. Oggi la nostra maggiore esportazione è la tecnologia: tecnologia israeliana che fa funzionare computer, telefoni cellulari, automobili e molto altro ancora. Il futuro appartiene a coloro che innovano e questo è il motivo per cui il futuro appartiene a paesi come Israele. Israele vuole essere il vostro partner nel cogliere quel futuro, per cui dico a tutti voi: cooperate con Israele, abbracciate Israele, sognate con Israele. Il sogno del futuro che possiamo costruire insieme, un futuro di progressi da lasciare senza fiato, un futuro di sicurezza, prosperità e pace, un futuro di speranza per tutta l’umanità, un futuro in cui anche alle Nazioni Unite, anche in questa sala, Israele avrà infine, inevitabilmente, il suo posto tra le nazioni.”

 

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