“Non c’è una via”

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Martin Buber

di Giulio Busi –

Lo studente ha viaggiato a lungo, solo per vedere il Rabbi. Un attimo di attenzione gli basta, poiché la sua domanda è semplice. «Maestro, qual è la via?». La risposta è altrettanto breve: «Non c’è una via». Gog e Magog di Martin Buber, apparso dapprima a puntate sul giornale ebraico «Davar», tra l’ottobre 1941 e il gennaio 1942, è un romanzo-non-romanzo. A tratti appassionante, talvolta lento, sempre profondo.

Giulio Busi

Giulio Busi

Forse per la sua ibrida forma letteraria, quest’opera della maturità, ambientata durante le guerre napoleoniche, non ha trovato l’attenzione critica che merita. Eppure, tra le pieghe del racconto, incentrato su due grandi maestri chassidici, è nascosto molto del miglior Buber mistico e, cosa che può sorprendere, anche non poco del filosofo.

Perché non c’è una strada? Perché ciascuno ha la propria, tagliata sulla sua storia individuale. L’uno dovrà servire la Torah con lo studio. Ad altri vien data la preghiera. «C’è un cammino che si compie digiunando, e un altro che consiste nel mangiare». Nessuna di queste diverse strade la si può percorrere in solitudine.

Giovanni Stanghellini

Giovanni Stanghellini

L’insegnamento di Buber, e quello di tutto il giudaismo, è che soli non si arriva. E forse nemmeno si riesce a partire. Il maestro insegna che la strada va scelta assieme, discussa. D’altronde, anche per il maestro, ogni allievo è una via nuova. Il maestro insegna la via e ne viene insegnato. Non è grammaticalmente corretto? Rassegnatevi, mistica e grammatica son fatte per bisticciare. Giovanni Stanghellini prende le mosse dalla filosofia dialogica di Buber.

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È il pensiero che permea lch und Du, il capolavoro del 1923, con cui viene fondato un decisivo asse ermeneutico del Novecento. Non esiste un lo preso in sé, ma solo l’lo della coppia lo-Tu e l’lo della coppia lo-Esso. Dal primo nasce il mondo della relazione, dal secondo, il mondo come esperienza. Cosa succede, se si proietta – o dovremmo meglio dire, se si getta – questa polarità conoscitiva sul tavolo della psicopatologia? Se si esce dal confortevole studio del filosofo e ci si avventura nella dimensione del disagio psichico e della cura?

Qualora s’intenda la terapia come riconoscimento di sé e dell’altro, allora il dialogo buberiano può passare agevolmente dalla teoria all’azione, sciogliersi dai vincoli della carta e dell’inchiostro e farsi parola che guarisce o, perlomeno, che ristora. «il compito del clinico – scrive Stanghellini consiste nell’assistere il paziente nel processo di riconoscimento e deliberazione, cioè, in primis, nel fornire gli strumenti per fare della disforia non semplicemente un’emozione disturbante da sopportare, o da medicare, ma l’indizio di un’alterità ancora tutta da decifrare».

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Per uno storico del misticismo, è sorprendente come la trasposizione della filosofia dialogica in campo terapeutico riattivi i principi vitali dell’lo-Tu di Buber, quell’«incontro in situazione» che ha il suo modello indiscutibile nell’idea ebraica di Shekinah. Tradotta di solito con «Presenza» o «Immanenza» di Dio, la Shekinah è in realtà una relazione.

Dio “risiede” tra gli uomini quando questi sono assieme. Non uno accanto all’altro, ma l’uno con l’altro. Non quando si sfiorano, ma se si vedono e interagiscono. Che cos’ha a che fare la Shekinah, che è pienezza del divino, con la cura della sofferenza psichica? Prendete in mano Gog e Magog, e chiedete al maestro. «I luoghi in cui incontriamo la Shekinah, sono quelli in cui bene e male si mescolano … la Shekinah ci guarda, e il suo sguardo ci chiede di dividerli l’uno dall’altro». Assieme, possiamo riuscirci.

  (Sole24Ore)

 

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