Nonna speranza

di Alessia Rastelli –

«Cari ragazzi, tocca a voi. Prendete per mano i vostri genitori, i vostri professori. In questo momento d’incertezza prendete per mano l’Italia». Liliana Segre, superstite alla Shoah, si rivolge ai più giovani da nonna, come spesso ha fatto da quando è stata nominata senatrice a vita da Sergio Mattarella, il 19 gennaio 2018, e da un trentennio come testimone nelle scuole. Il 10 settembre compirà 90 anni. Il Corriere la incontra nell’appartamento di Pesaro che fu dei suoi suoceri. Con lei ci sono i carabinieri della scorta che le è stata assegnata per i messaggi d’odio e le minacce, diventata un’affettuosa appendice alla famiglia.

Alessia Rastelli

Qui nelle Marche, da dove venivano i nonni materni, Liliana Segre trascorre ogni estate. Qui, lungo la riva del mare, incontrò l’uomo che sarebbe diventato suo marito e padre dei tre figli, l’amore salvifico dopo l’abisso.

Senatrice Segre, come ha passato i mesi del lockdown?
«Sono stata a casa mia a Milano. È stata molto dura, mi mancavano i miei figli e i miei nipoti, mi percepivo meno forte e affiorava di tanto in tanto la paura di morire da sola. La città fuori era deserta, arrivavano solo le sirene delle ambulanze. Quante ne abbiamo sentite in Lombardia! Nella mia mente evocavano altre sirene, quelle dei bombardamenti, prima che mi deportassero, quando dovevamo correre nei rifugi. A quel tempo gli sciacalli entravano nelle case che restavano vuote e anche adesso, in forme diverse, sono riapparsi: a fare affari mentre in televisione vedevamo tutte quelle bare. Questo mi ha rattristato, incupito, mi sono chiusa per un po’, ma ora va meglio. Non mi hanno sommerso allora, non ci sono riusciti oggi. Io provo ancora speranza».

Da dove le arriva?
«Innanzitutto dalle tantissime storie di eroi sanitari, medici e infermieri che hanno scelto di stare dalla parte giusta. Sono loro i vincenti, non gli sciacalli. E poi ci sono i ragazzi. Non ci sono solo quelli che vanno in discoteca appiccicati, rischiando di trasmettere il Covid, il nostro nemico invisibile, ai nonni e ai genitori. Ce ne sono di meravigliosi. Purtroppo i vecchi intubati soccombono. Ecco perché tocca ai più giovani in questo momento passarsi tra loro una parola d’ordine, quella di un sacrificio coraggioso, di essere, finché non avremo un vaccino, come Enea che porta sulle spalle il padre Anchise. Sarebbe davvero un inno alla vita. Così come sarebbe importante, nell’attuale incertezza sulla riapertura delle scuole, che fossero loro, i ragazzi, a dire: “Noi ci siamo”. In presenza o a distanza, senza approfittare di questo momento per saltare la scuola. Io fui cacciata a 8 anni e fu un dramma. Mentre l’amore per lo studio, in diversi momenti, mi ha salvato».

In che modo?
«Ad Auschwitz lavoravo schiava in una fabbrica di munizioni. A un certo punto dovetti consegnare pezzi di ferro a un altro operaio schiavo. Era francese, un professore di storia. Era proibito parlarci, ma riuscimmo a scambiare qualche parola e così ogni giorno, nei due minuti della consegna, mi raccontava un evento del passato. Per un po’ di tempo, in quell’istante, non eravamo più “pezzi” senza nome, ma un’alunna e un professore. Lo studio poi fu decisivo al mio ritorno dal lager. Ero un animale ferito, avevo perso mio padre e i nonni, concentrarmi a recuperare gli anni di scuola perduti mi permise di non impazzire».

(Corriere della Sera)

 

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