Obbligarsi alle cose piacevoli

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di Anna Segre

Il lavoro a casa è senza confini, un tempo che si dilata smisuratamente senza che nulla sia in grado di contenerlo e di limitarlo. Sono cadute le consuete barriere: non ci sono più le chiacchierate con i colleghi tra una lezione e l’altra, non ci sono più le pause caffè, non ci sono più le fughe alla fine delle lezioni per andare a pranzo con qualcuno.
Per fortuna la settimana prima o poi ha una fine. Mai come in questi giorni ho potuto apprezzare lo straordinario potere dello Shabbat, la fortezza invisibile che ci protegge dal meccanismo invisibile in cui siamo stritolati per sei giorni alla settimana, il dono che la cultura ebraica ha fatto al mondo ma che il mondo, di questi tempi, pare aver buttato in un cassetto dimenticandosene. Lo Shabbat non è solo una pausa piacevole, un momento di riposo: è il dovere della pausa piacevole, l’obbligo del riposo. Spesso mi rendo conto di quanto sia difficile per le persone capire questo concetto. Come può un piacere essere oggetto di obbligo, di imposizione? Come può diventare un vincolo?

(Anna Segre)

(Anna Segre)

E così, in nome della libertà, molti si lasciano stritolare con l’orgoglio di aver scelto liberamente come e da chi farsi stritolare.
Eppure è frequente nella vita quotidiana la piccola gioia del piacere obbligato: la pausa caffè a una certa ora, il pranzo, il cinema o una passeggiata con qualcuno in un dato giorno della settimana. A volte fatichiamo a mantenere queste abitudini perché siamo davvero terribilmente occupati ma se siamo saggi non rinunciamo. Certo, non sono obblighi assoluti come lo Shabbat, ma bisogna provare a stare senza, come in questi giorni, per rendersi conto di quanto questi piacevoli vincoli siano essenziali per evitare di farci stritolare dal lavoro senza limitazioni. E non credo che riconoscere l’utilità di questi obblighi tolga importanza allo Shabbat, anzi, si tratta di un insegnamento che ci deriva dallo Shabbat stesso. Il piacere deve sempre avere dei vincoli più saldi del dovere, altrimenti si finisce per perderlo; se il nostro lavoro o un impegno che ci siamo presi ci obbliga a fare una cosa, è quasi certo che prima o poi la faremo, se non altro perché da qualche parte c’è qualcuno che ci controlla e ci giudica. Se rinunciamo a un caffè, a una cena, a una gita, nessuno avrà niente da ridire, nessuno ci potrà salvare da noi stessi. Per fortuna lo Shabbat arriva puntuale anche in questi giorni senza vincoli in cui siamo liberi di lasciarci stritolare.

 

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Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, giornalista