Onu, quel famigerato punto 7
inventato per danneggiare Israele

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Niki Haley

Il controverso punto 7 dell’ordine del giorno di ogni sessione del Consiglio Onu per i diritti umani è pensato per minare l’esistenza di Israele. Lo ha denunciato l’ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Niki Haley, intervenendo mercoledì scorso all’Heritage Foundation di Washington. Haley ha illustrato la decisione presa dal suo paese di ritirarsi dal Consiglio Onu per i diritti umani, dopo che non era riuscito a promuovere seri provvedimenti di riforma dell’agenzia, composta da 47 stati membri, per impedire ai peggiori violatori dei diritti umani di continuare a sequestrare a loro vantaggio il programma dei lavori.

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Il costante trattamento discriminatorio contro Israele da parte del Consiglio Onu per i diritti umani è sintomatico del problema, ha detto Haley.

Prima di lasciare l’agenzia, gli Stati Uniti hanno tentato invano di far eliminare il punto 7 dell’ordine del giorno, quello che impone al Consiglio per i diritti umani di discutere ad ogni sessione le (vere o presunte) violazioni dei diritti umani da parte di Israele. “Questo punto permanente dell’agenda del Consiglio è dedicato esclusivamente a Israele – ha spiegato Haley – Non c’è nessun altro paese del mondo – non l’Iran, né la Siria, né la Corea del Nord – che abbia un punto permanente dell’ordine del giorno ad esso esclusivamente dedicato. Il punto 7 non è diretto contro qualcosa che Israele si presume abbia fatto: è diretto contro l’esistenza stessa di Israele. E’ una spia d’allarme, che segnala la degenerazione politica e la bancarotta morale del Consiglio Onu per i diritti umani”.

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Prima di lasciare il Consiglio, gli Stati Uniti hanno incontrato più di 125 stati membri dell’Onu per discutere le proposte di riforma. “Alla fine – ha detto Haley – gli Stati Uniti non sono riusciti a convincere un numero sufficiente di paesi a prendere posizione e dichiarare apertamente che in queste condizioni il Consiglio per i diritti umani non è degno del proprio nome. La prima e più ovvia ragione – ha continuato l’ambasciatrice – è che i regimi autoritari sono ben felici dello status quo.

Cercano di sedere nel Consiglio per sottrarre al suo controllo ciò che fanno, loro e i loro alleati, nel campo dei diritti umani. Paesi come la Russia, la Cina, Cuba e l’Egitto traggono vantaggio dal farsi beffe del Consiglio per i diritti umani. Quindi non sorprende che si siano apertamente opposti ai nostri tentativi di riformarlo”.

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Ciò che invece sorprende, ha continuato Haley, è il rifiuto di cooperare con gli Stati Uniti alla riforma del Consiglio da parte di paesi e organizzazioni non governative pro-diritti umani che pure ne riconoscono, in privato, le gravi lacune. “Quelle ong – ha denunciato Haley – si sono pubblicamente schierate contro le nostre riforme, esortando gli altri paesi a votare contro di noi. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch si sono schierate con la Russia e la Cina su una questione così cruciale per i diritti umani”. Temevano, secondo Haley, che i paesi notoriamente grandi violatori dei diritti umani si vendicassero facendo passare “emendamenti ostili” in Assemblea Generale. Temevano anche di perdere i loro “vantaggi istituzionali” alle Nazioni Unite. “Quelle ong – ha detto Haley – dispongono di grandi staff, godono di intense relazioni con la burocrazia dell’Onu e vedono i cambiamenti come una minaccia”.

I paesi pro-diritti umani ammettono in privato d’essere pure loro “disgustati dal fatto che Stati come Cuba e Venezuela, Arabia Saudita e Congo siedano autorevolmente nel Consiglio, e dai loro incessanti attacchi contro Israele. Ma dopo essersi detti d’accordo con noi per mesi su tutte le gravi carenze del Consiglio per i diritti umani – ha affermato Haley – s’è visto che non avrebbero mai preso posizione, se non a porte chiuse e lontano dagli occhi del pubblico”.

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Haley ha voluto ribadire che gli Stati Uniti rimangono impegnati a combattere a favore dei diritti umani sia a livello globale che all’interno dell’Onu: “Semplicemente – ha detto – non lo faremo all’interno di un Consiglio che tradisce sistematicamente la causa dei diritti umani. Il nostro ritiro dal Consiglio per i diritti umani non significa che rinunciamo alla nostra lotta per le riforme. Al contrario, qualsiasi paese che voglia collaborare con noi per ridisegnare il Consiglio non ha che da dirlo”. E ha concluso: “Rimediare alle deficienze istituzionali del Consiglio per i diritti umani era e continuerà ad essere una delle più importanti priorità all’Onu”.

(Jerusalem Post)

 

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