Ora per Netanyahu c’è l’esame Trump

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di Yaakov Katz

Voglio accendere i riflettori sull’evacuazione dell’avamposto illegale di Amona. Comunque la si pensi politicamente, i residenti sfrattati dalle loro case meritano, quanto meno, rispetto e simpatia. Sono stati mandati lì dai loro leader politici e sono stati in continuazione forniti finanziamenti statali per costruire case, strade e altre infrastrutture.
Tutto questo però non può cancellare l’illegittimità l’avamposto. Una volta che l’Alta Corte ha stabilito che l’avamposto è stato costruito su terreni privati palestinesi, era necessario procedere all’evacuazione. Israele è uno Stato che rispetta la legge. E dobbiamo continuare ad essere così.

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Yaakov Katz

Il problema è che la vicenda Amona non doveva mai arrivare a questo punto. Un piccolo avamposto di poche decine di famiglie la cui  rimozione non ha alcun impatto sulla soluzione globale di un territorio che è stato evacuato per la prima volta ormai ben undici anni fa e che, comunque ha quasi raddoppiato la popolazione.

epa05764292 Israeli settlers  leave their homes at the illegal Jewish settlement of Amona, in the West Bank, 01 February 2017. Israeli police have deployed 3,000 policemen around the settlement ahead of the upcoming eviction.  EPA/ABIR SULTAN

Ma Amona è solo un sintomo, il simbolo di un problema più ampio. Quasi 50 anni dopo che Israele conquistò la Cisgiordania, il paese deve ancora decidere che cosa vuole veramente. Uno stato palestinese sul 90 e più per cento del territorio o uno stato unico per tutte le persone nel paese? O c’è una possibile terza opzione, una sorta di autonomia per i palestinesi, della quale recentemente parlano alcuni ministri? L’annuncio che Israele costruirà 3.000 più unità abitative in Cisgiordania è l’esempio plastico di come su questo argomento non si abbiano le idee chiare e ci sia un vero vuoto politico.

L’annuncio è stato dato poche ore prima che cominciassero le operazioni di evacuazione Amona. La sensazione è che sia stato una iniziativa strategica del governo per salvare la faccia a destra. “Sì, stiamo evacuando un avamposto illegale, ma nel contempo avviamo la costruzione di 3.000 case… “ Più o meno questo è stato il ragionamento.

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Trump e Netanyahu

Eppure in questo momento c’è ora più che mai la necessità di una politica chiara. fra dieci giorni, il primo ministro Benjamin Netanyahu entrerà nello Studio Ovale per un incontro con il presidente. Trump è il terzo presidente degli Stati Uniti con cui “lavorerà” Netanyahu ma, e questo è molto importante, il primo ministro repubblicano.

Ma non solo: Trump viene unanimemente considerato e percepito come il presidente più pro-Israele di tutti i suoi predecessori.

Quello che è certo è che nessun presidente degli Stati Uniti sarà più di destra del primo ministro israeliano. Ciò che Netanyahu chiederà a Trump, il 15 febbraio sarà il punto di partenza per qualsiasi decisione futura. Se, per esempio, Netanyahu dice che vede bene una soluzione a due stati, Trump non dirà, di certo “ assolutamente no, voglio un solo stato.” E così via su molte altre problematiche sul tappeto.

6030696-klBI-U10401701360176PaC-700x394@LaStampa.itIn alcuni ambienti diplomatici stranieri ci si aspettata che Netanyahu spingerà Trump per darli carta bianca per nuovi insediamenti. Insomma qualcosa di simile alla lettera Ariel Sharon ricevette da George W. Bush nel 2004 in cui si riconoscevano gli insediamenti come parte di Israele nell’ambito di un futuro accordo di pace con i palestinesi.

Ma l’interrogativo è: se questo  vero, che cosa Trump chiederà in cambio, quale sarà la contropartita? Trump ha dimostrato di essere uomo che ama trattare e non solo nel mondo degli affari ma anche in politica estera. E, insomma, “improbabile che possa dare qualcosa a Israele senza aspettarsi qualcosa in cambio”.

Serve più politica, serve avere le idee chiare ed una visione globale.
Perché dovremmo preoccuparci? Perché alla fine la gente soffre. Quando non c’è politica non c’è una direzione di marcia precisa, c’è stagnazione. Israele deve arrivare all’appuntamento con Trump con una strategia chiara e netta, su tutte le maggiori criticità ed emergenze. Il 15 febbraio, sarà una sorte di esame. E il tempo ci dirà se scopriremo se l’avremo superato. E se qualcosa sta per cambiare

(JPost)

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