Oz, la lezione dei kibbutz /1

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Amos Oz

di Silvia Granziero –

Lo scrittore israeliano Amos Oz, scomparso lo scorso dicembre, era nato a Gerusalemme nel 1939, ma a 15 anni – in rotta con il padre e il resto della famiglia, rigidamente di destra – dopo aver aderito al Partito Laburista, era andato a vivere nel kibbutz Hulda, e lì era rimasto per trent’anni, lasciandolo solo per un clima più adatto all’asma del figlio. In un’intervista a Repubblica di qualche anno fa, Oz suggerì che recuperare lo stile di vita del kibbutz permetta di sottrarsi alla corsa al guadagno (superfluo) a tutti i costi, all’arrivismo e al consumismo della nostra epoca, abbracciando la semplicità e il legame con la comunità: “Perché non riproporre allora la formula del kibbutz, in una versione più soft e tollerante del passato? Penso a piccole cellule sociali improntate sulla solidarietà. Per alcuni funzionerebbe”.

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Silvia Granziero

La crisi economica, sosteneva lo scrittore, ci ha costretti a mettere in dubbio il nostro stile di vita e una riedizione del kibbutz, smussato laddove era troppo rigido, potrebbe essere una prospettiva vincente. In realtà, quello che nell’immaginario collettivo è un rifugio per hippie alla ricerca di una vita allo stato primitivo, a contatto con la terra, senza possedimenti materiali, è decisamente lontana dalla realtà, anche perché i kibbutzim (plurale di kibbutz) sono cambiati parecchio dai tempi in cui Degania Aleph, il primo, fu fondato, nel 1910, nelle vicinanze del lago di Tiberiade, nel nord-est di Israele.

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Nacque su iniziativa di un gruppo di immigrati ebrei europei aderenti al Movimento Sionistico impregnati del fermento culturale del Vecchio Continente di fine XIX e inizio XX secolo. Si trattava di una fattoria collettiva di ispirazione socialista, una sorta di comune agricola dalla vita povera e spartana i cui pionieri costruirono l’idea assurda di coltivare terreni desertici e inadatti all’agricoltura.

Il modello, però, si rivelò vincente, e attirò altri ebrei desiderosi di fare aliyah (il biblico “ritorno” alla Terra Promessa) e divenne una struttura fondamentale per la crescita e l’affermazione dello Stato di Israele.

Da un lato i valori all’avanguardia su cui si basava – uguaglianza, parità tra i sessi, rifiuto della proprietà privata, educazione collettiva – suscitarono interesse nel mondo, esercitando un forte potere attrattivo e l’immagine di un Paese giovane e ottimista, che lavorava sodo per costruire una società giusta; con l’ambiguo risvolto del contributo dei kibbutzim al conflitto con i palestinesi, essendo spesso dei “baluardi di frontiera” lontani dalle città ed essendo i membri del kibbutz, come tutti i cittadini israeliani, tenuti a due anni di servizio militare.

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D’altro canto, i kibbutzim diedero un grande impulso all’agricoltura di Israele, tanto che oggi rappresentano il 40% della produzione agricola nazionale e il 9% di quella industriale, per un valore rispettivo di 1,7 e di 8 miliardi di dollari, e ciò in un territorio desertico e povero di risorse in cui il settore agricolo prima della loro nascita era a livelli di sussistenza.

Le rigide regole che ne determinavano la vita interna però fecero sorgere divergenze, ora tra un kibbutz e l’altro, ora all’interno di uno stesso insediamento, man mano che emergevano nuovi temi.

1.continua

(TheVision)

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