Moschee, imam e Islam
A Souad Sbai viene tolta la parola

Souad-Sbai

Souad Sbai

di Souad Sbai –

Mi capita spesso di essere chiamata a parlare di moschee, imam e di questione islamica. In convegni, incontri, giornate di studio e lezioni, pubbliche e private. Ieri era richiesta la mia presenza, insieme ad altri esperti, in un’audizione presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, della quale ho peraltro ricoperto il ruolo di segretario per cinque anni. All’esame c’era la proposta di legge Garnero-Santanchè numero 2976 intitolata: «Istituzione del Registro pubblico delle moschee e dell’Albo nazionale degli imam». Tema spinoso e delicato come non mai per due ordini di fattori: il clima internazionale di tensione in virtù dei continui attacchi terroristici (ultimo quello sulla pista ciclabile a New York) e, questo tutto interno, la nomina, in palese conflitto di interessi, del deputato del PD Khalid Chaouki a presidente della Grande Moschea di Roma.

Che il momento sia molto particolare, probabilmente anche a causa dell’ormai prossima campagna elettorale per le politiche, l’ho potuto constatare personalmente proprio durante la mia audizione. Nell’introduzione ho ritenuto opportuno gettare luce sugli oscuri obiettivi politici di quanti continuano a richiedere la costruzione di moschee e la firma di intese con lo Stato, sollevando così l’attenzione sulla crescente penetrazione nel contesto dell’islam italiano della Fratellanza Musulmana. Come coloro che avevano preceduto il mio intervento, ho calcolato un lasso di tempo per l’introduzione e uno per l’argomentazione a braccio.

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Khalid Chaouki

Tuttavia, prima che potessi iniziare ad argomentare, sono stata interrotta dalla presidenza che mi ha richiamato al rispetto dei tempi sebbene non avessi ancora superato i dieci minuti concessimi. Tutti possono vedere sul sito web della Camera come si è svolto l’accaduto, trasmesso peraltro in diretta su internet. Ho quindi deciso di non proseguire il mio intervento e di inviare la parte restante alla Commissione, dopo aver parlato solo sei minuti. Si tratta di un episodio eclatante, non perché riguarda la mia persona, ma perché è indice del clima di censura esistente attorno a certe tematiche e a certi nomi. Non è possibile, se si vogliono trattare seriamente questi argomenti, non evidenziare il ruolo determinante della Fratellanza Musulmana nella diffusione dell’islam politico in Europa.

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Non si può parlare di moschee, di imam e meno che mai di possibile intesa con lo Stato, se non si mettono apertamente sul piano i nomi e i cognomi di chi con lo Stato vorrebbe discutere e delle eminenze oscure che operano dietro le quinte. Non si può non dire che dietro a determinate richieste c’è un ambiente radicale che ha egemonizzato tutto il dibattito interno alla comunità musulmana.

Se questo non si dice, e io non l’ho potuto dire nella sede dove invece sarebbe stato opportuno farlo, si discute del nulla. Il registro pubblico quali imam dovrebbe elencare, i radicali o i moderati? Quale lista di moschee andrebbe compilata, di quelle regolari o dei garage adibiti a centri culturali dove gli imam fai-da-te inviati dalla Fratellanza fanno proselitismo? Non si è voluta ascoltare una voce scomoda che avrebbe fatto nomi e cognomi: un altro sprone a proseguire, alzando ancora il livello della discussione. Andandomene ho depositato in Commissione il libro «La conquista dell’Occidente: il progetto dei Fratelli Musulmani». Ma temo che nessuno lo leggerà…

(Libero)

 

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