Passaporti per la vita
La storia di monsignor Verolino

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di Gerardo Verolino –

Tutti conoscono le storie, epiche e affascinati di Giorgio Perlasca o Oskar Schindler che salvarono tanti ebrei durante la persecuzione nazista. Merito anche delle suggestive trasposizioni cinematografiche. Non molti invece conoscono la storia straordinaria (è venuta alla luce solo da poco) di monsignor Gennaro Verolino, napoletano del 1906, vissuto ad Acerra, e che ruolo determinante ebbe nel salvare, proprio come loro, migliaia di ebrei (tra le 25 e le 30mila persone!) durante il terribile periodo dell’odio antiebraico che appesta l’Europa, nell’Ungheria retta, prima dall’ammiraglio Horthy, e poi dalle Croci Frecciate del nazista antisemita Ferenc Szálasi.

Gerardo Verolino 2

Gerardo Verolino

Il motivo sta nel fatto che, Verolino, anche negli anni successivi alla sua brillante carriera diplomatica, preferisce, per pudore, non parlane mai e, soltanto, di recente, la sua vicenda è uscita dall’oblio, e i suoi preziosi archivi sono stati aperti agli studiosi. Eppure, quanti sanno che è un “Giusto fra le Nazioni” dello Yad Vashem?

O che, A Budapest svetta una statua in bronzo che lo raffigura; che nella Sinagoga della capitale magiara, il suo nome, è inciso nella pietra dei Giusti; che una scuola si chiama “Gennaro Verolino” in suo onore; che in Ungheria è venerato come un eroe nazionale; e che gli uomini politici ungheresi, ogni anno, lo ricordano con un profondo senso di riconoscenza? Pochi ancora sanno che, in una solenne cerimonia, il primo ministro svedese gli conferisce il premio “Per Anger” dal nome del diplomatico svedese che, come lui e come il più famoso Raoul Wallenberg, si attiva per salvare quanti più ebrei possibile.

Statua di monsignor Verolino a Budapest

Statua di monsignor Verolino a Budapest

Ma la vicenda di questo “Giusto fra le nazioni” napoletano è quella molto più semplice e se vogliamo banale (ma stavolta è la banalità del bene) di chi salva migliaia di persone con la normalità delle piccole cose, senza pensare alle conseguenze, distribuendo quei certificati di protezione che, si riveleranno i “passaporti per la vita” dal titolo del documentario che gli dedica la regista, Agnes Verde.

Quando, infatti viene inviato, giovanissimo, come segretario della Nunziatura apostolica di Budapest, da Pio Xll, retta da Angelo Rotta, nel ’44, l’Ungheria (che fino ad allora era stato un porto sicuro per tutti gli ebrei d’Europa) si avvia ad andare in mano ai terribili nazisti delle Croci Frecciate, un partito xenofobo, nazionalista e antisemita che semina il terrore fra gli ebrei.

Ferenc Szálasi fa il saluto nazista

Ferenc Szálasi fa il saluto nazista

L’ammiraglio Horthy è costretto, per volontà, di Adolf Hitler a lasciare il potere nelle mani del fanatico Ferenc Szálasi, che il 16 Ottobre del ’44 diviene primo ministro e decide la deportazione in massa degli ebrei verso i campi di sterminio tedeschi. La repressione antiebraica delle milizie delle Croci frecciate si rivelerà spietata.

I pogrom contro gli ebrei non si contano. Dei 230 mila ebrei di Budapest, 76 mila finiranno nei campi di concentramento tedeschi. 50 mila periranno nelle atroci marce della morte nel gelido inverno verso il confine tedesco.

Ebrei ungheresi nel '44

Ebrei ungheresi nel ’44

Quelli che rimangono in città sono vittime di vessazioni e torture. C’è poi il raccapricciante racconto di quelli che vengono ammassati sulle rive del Danubio e legati a gruppi di tre e che subiranno un atroce supplizio. Un colpo alla nuca al prigioniero al centro che fa precipitare gli altri due legati a lui in acqua che muoiono per annegamento. Prima, però, devono togliersi le scarpe come ultimo affronto alla loro dignità, o per venderle al mercato nero. Ne moriranno ventimila così.

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A Budapest, lungo il fiume ci sono le scarpe dei poveretti nel memoriale conosciuto come “Le scarpe sulle rive del Danubio” (Il Danubio diverrà “il cimitero ebraico”) concepito dal regista Can Togay e dallo scultore  Gyula Psuer per rammentare il loro terribile destino. La Chiesa, dunque, era al corrente. Il Papa sa che le cose volgono al peggio e il regime tedesco sta per attuare la “soluzione finale” e crea una rete di salvatori.

Lo sanno anche alla Nunziatura. Senza pensare alle conseguenze a cui vanno incontro, Verolino e il nunzio Angelo Rotta, si servono di ogni opportunità offerta dalla loro veste diplomatica, e si affrettano a redigere quanti più documenti (veri o falsi) possibili per salvare da morte sicura migliaia di ebrei mettendoli sotto la protezione vaticana. Si preparano, frettolosamente, quelle “lettere di protezione” nelle quali si afferma-racconta lo stesso Verolino a Giovanni Cubeddu di “30 giorni”-che il latore è sotto la tutela della nunziatura”. La notizia dei documenti si sparge.

La sede diplomatica viene presa d’assalto dai disperati. Si formano file chilometriche per avere l’agognato “lasciapassare per la vita”. La nunziatura “pone sotto protezione” venticinque edifici sparsi per Budapest sui quali issa la bandiera pontificia, che gode della extraterritorialità, per ospitare centinaia di rifugiati. I due prelati non restano chiusi nella Sede apostolica.

Matteo Luigi Napolitano, autore de I Giusti di Budapest

Matteo Luigi Napolitano

Ma, vanno a cercare gli ebrei da salvare. Li prendono a forza nei camion che stanno per trasportarli nei campi di concentramento. Una volta Rotta si mette sui binari per fermare un treno carico di deportati. “La salvezza degli ebrei fu per Rotta e Verolino-dice Matteo Luigi Napolitano autore de “I Giusti di Budapest” (San Paolo)-una corsa contro il tempo che li vide passarsi di continuò il testimone”.

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Inoltre, i due diplomatici si esporranno a gravi rischi ricorrendo ad ogni forma di espediente “anche falsificando documenti, preparando documenti in bianco, quindi dei visti in bianco” oppure “fermando, in maniera drammatica e niente affatto semplice le marce tragiche verso il confine austriaco degli ebrei che venivano deportati” dice Napolitano. Non tutti ce la faranno. Come nel caso di suor Sára Salkaházi, già una volta salvata dall’intervento provvidenziale proprio di Verolino, che per aver ospitato presso la casa di via Bokréta decine di ebrei, viene torturata a morte dagli sgherri delle Croci Frecciate.

Monsignor Gennaro Verolino

Monsignor Gennaro Verolino

L’aiuto di Verolino è suffragato da numerose testimonianze dei sopravvissuti, alcuni, all’epoca dei fatti, ancora bambini. Per Anger, riporta il sito dello Yad Vashem, afferma che Verolino collabora con i rappresentati degli Stati neutrali per dare assistenza alimentare, medicinali e cure mediche agli ebrei delle case protette di Budapest.

Aggiunge che il monsignore sapeva di essere in pericolo è che era bersaglio della teppaglia nazista, o che, girando per Budapest, poteva morire sotto le bombe. “Non mi sono mai posto il problema del rischio- dirà Verolino- ho cercato di fare il mio dovere, e, grazie a Dio, non mi sono mai trovato in pericolo. E l’ho fatto con piacere perché era una cosa giusta e se dovessi ricominciare, farei lo stesso”. A guerra conclusa, monsignor Gennaro Verolino proseguirà la sua carriera diplomatica presso altre nunziature apostoliche come a El Salvador e in Guatemala. Muore, novantanovenne, a Roma nel Novembre del 2005. Le sue spoglie riposano nella cappella dei vescovi del cimitero di Acerra.

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