Perché la Memoria non sia un rituale

SHOAH

di Aldo Grasso

In occasione della ricorrenza del 27 gennaio, i palinsesti erano pieni di programmi che hanno ricordato le vittime dell’Olocausto: film, documentari, approfondimenti, testimonianze. Speriamo che a qualcosa siano serviti e non diventino stanca abitudine. Abbiamo il dovere di ricordare perché siamo di fronte a una vicenda assoluta, definitiva: la risposta illimitata della vita alla finitezza della morte.

MILAN, ITALY - MAY 07: Television critic Aldo Grasso attends a press conference during the 2008 Telefilm Festival held at Cattolica del Sacro Cuore University on May 07, 2008 in Milan, Italy. (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)*** Local Caption *** Aldo Grasso

Aldo Grasso

Non ci si può fermare alla rievocazione, ci sono ancora tante domande da porsi. Per esempio, è da poco in libreria una splendida edizione delle Opere complete di Primo Levi, curata da Marco Belpoliti, edita da Einaudi. Tuttavia, ci sono voluti molti anni per sanare una ferita: all’epoca, Se questo è un uomo fu respinto da Einaudi e venne pubblicato solo nel 1947 da De Silva, piccola casa editrice diretta da Franco Antonicelli. Nella presentazione del volume, si parlava di una «storia non di letterati», insomma, di una testimonianza.

Andrea Minuz

Andrea Minuz

La gente pensava a costruire il futuro, non a rinvangare il passato, si diceva. Per esempio, Andrea Minuz ha scoperto che su Tripadvisor, il noto sito di recensioni degli utenti, il viaggio Auschwitz-Birkenau è uno dei più commentati: «Nel suo genere di museo dell’orrore non posso non dargli il punteggio massimo, cioè cinque palline».

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Enrico Mentana

E così via. L’appello più significativo è però venuto da Enrico Mentana che su Facebook ha ricordato come nessun italiano abbia mai pagato per i suoi atti di delazione, per aver consegnato gli ebrei ai nazisti: «Anche quest’anno a ricordare saranno solo gli ebrei, i pochi sopravvissuti e i loro eredi o correligionari: come degli alieni, rappresentanti di una delle due specie estinte, quella con le divise a righe e la stella di Davide; l’altra, con le uniformi nere, i nazisti. Dovremmo essere noi a ricordare, senza delegare le vittime a farlo: col risultato poi di sentir dire «che palle sti ebrei che parlano sempre e solo di Auschwitz».

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