Prima telefonata
Trump-Netanyahu
Ambasciata, Iran e “doppio stato”

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di Giordano Stabile –

I primi passi per lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme «sono stati avviati». Lo ha annunciato Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca. Benjamin Netanyahu ne ha parlato con Donald Trump nella prima telefonata fra i due leader, ieri sera. «Primi passi» sono molto meno dell’annuncio della decisione che i media israeliani prevedevano ieri pomeriggio. Ci vorranno settimane, mesi.

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Giordano Stabile

Forse il neopresidente americano ha frenato. O forse sono stati gli israeliani. I leader palestinesi, a cominciare da Abu Mazen, e anche il Gran Mufti di Gerusalemme, hanno promesso una dura risposta a quello che considerano un attacco mortale al progetto di costruire uno Stato indipendente.

Lo spostamento ha un significato soprattutto simbolico ma l’impatto politico è imprevedibile. La diplomazia israeliana sottolinea che la nuova sede sarà comunque a Gerusalemme Ovest, nella parte della città che tutti riconoscono come territorio israeliano. Nessun Paese occidentale ha mai però spostato la propria rappresentanza da Tel Aviv proprio per sottolineare che la Città Santa non può essere riconosciuta come «capitale unica e unita» dello Stato ebraico. Gerusalemme Est è stata annessa da Israele nel giugno 1967 ma è reclamata anche dai palestinesi come capitale del loro futuro Stato.

Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca

Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca

È questo il nodo più difficile da sciogliere nelle trattative fra israeliani e palestinesi. L’ala destra del governo Netanyahu, a cominciare dal ministro della Difesa Avigdor Lieberman, spinge per seppellire l’idea «due popoli, due Stari».

Avigdor Lieberman

Avigdor Lieberman

Il Likud, il partito del premier, ha presentato un suo «piano» per concedere un’ampia autonomia, ma non l’indipendenza, ai palestinesi, e soltanto sul 39 per cento della Cisgiordania occupata. Il predecessore di Netanyahu, Ehud Olmert, aveva offerto il 97 per cento. E Abu Mazen aveva rifiutato perché non c’era Gerusalemme Est.

Oltre che dell’ambasciata Netanyahu e Trump hanno parlato a lungo di questo. Secondo indiscrezioni raccolte dal quotidiano «Haaretz», il leader israeliano, sulla breccia dal 1996, punta a concedere ai palestinesi la condizione di «state-minus», cioè un gradino sotto la piena sovranità. Ma ha bisogno di un forte appoggio della Casa Bianca per far passare un cambio di rotta così radicale dagli accordi di Oslo.

imagesNella telefonata si è però parlato anche di Siria e Iran. Fonti diplomatiche israeliane hanno rivelato «disagio» per la presenza di una forza militare russa imponente ai confini settentrionali dello Stato ebraico. In un futuro accordo Trump-Putin vorrebbero vedere un ridimensionamento di questa presenza, e soprattutto di quella iraniana.

Sull’accordo nucleare fra Washington e Teheran però, ancora secondo indiscrezioni riportate da «Haaretz», sono state le forze armate israeliane a frenare. Sia Netanyahu che Trump vorrebbero «rivedere» l’intesa, uno dei pochi successi di Barack Obama in Medio Oriente. I militari però vedono più pericolosa una rottura che il «cattivo accordo» ottenuto dalla precedente Amministrazione Usa. Il patto, sottoscritto anche da europei e russi, dà comunque a Israele il tempo per preparare le difese. Nei giorni scorsi ha superato i testi il nuovo missile anti-balistico Arrow-3, uno dei più avanzati al mondo, in grado di stoppare qualsiasi attacco missilistico.

David Friedman

David Friedman

Il realismo, almeno nella regione mediorientale, prende il sopravvento sulle promesse elettorali. Niente passi affrettati. Né sull’Iran né sull’ambasciata. Il nuovo ambasciatore in Israele, David Friedman, arriverà alla fine di febbraio e ha comunque già deciso di vivere a Gerusalemme, come ha anticipato il quotidiano online Ynet, anche se l’ambasciata non sarà trasferita da Tel Aviv. L’intesa Netanyahu-Trump, due che si fidano molto del proprio istinto, è già solida. Il presidente americano ha parlato di «colloquio molto buono». Per ora non servono gesti clamorosi.

(La Stampa)

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