Prof, che cos’è la Shoah?

di Paolo Salom –

Dove saremo tra 25 anni? E cosa sapranno i figli dei nostri figli, le anime che ancora devono aprire gli occhi, sul nostro presente? Soprattutto: come guarderanno al nostro passato, alle vicende terribili del Novecento? Che ne sarà del ricordo della Shoah in questi anni aggrappato agli ultimi testimoni diretti, destinati a scomparire con i loro ricordi? Frediano Sessi, nel suo Prof, che cos’è la Shoah? (Einaudi Ragazzi, pagine 156, e 10) prova a rispondere a questi interrogativi mettendosi nei panni doppi di una professoressa di liceo musicale, ormai in pensione, e di una sua ex studentessa.

Paolo Salom

Corre l’anno 2045 e Jessica, questo il nome della ragazza, vivendo a Berlino si imbatte nei monumenti nati per non dimenticare lo sterminio degli ebrei. Per prima l’opera di Peter Eisenman, i 2.711 blocchi di cemento «disposti come se fossero baracche o case senza finestre e porte».

Ovvero: il Memoriale dell’Olocausto, un mistero per la giovane. Inizia così un dialogo a distanza sulla storia e sulla possibilità di dimostrare ciò che è stato. Perché se già oggi le teorie sull’«invenzione delle camere a gas» sono all’ordine del giorno, figuriamoci, immagina Sessi, in un futuro nemmeno troppo lontano.

Frediano Ses

Ecco dunque materializzarsi in un dialogo digitale tra insegnante e allieva, un metodo, anzi il metodo che tutti dovremmo far nostro per affrontare le questioni più spinose della storia. «Sono andata a spulciare — dice la docente a Jessica — l’archivio della biblioteca e ho trovato molto materiale sulla questione che poni…».

 

Piano piano, una vicenda oscurata dalla distanza temporale, riprende forma attraverso documenti, testimonianze dirette dei sopravvissuti, saggi. Parole scritte, parole che non sono destinate a scomparire sempre che ci sia qualcuno in grado di ritrovarle.

Peter-Eisenman

Ma non solo: man mano che la prof introduce le vicende della Germania nazista nelle sue risposte, Jessica si trova a toccare con mano il peso dei ricordi (o del desiderio d’oblio) sui discendenti degli aguzzini. E qui la ricerca della verità fa i conti con le tendenze umane a distorcere la memoria: un meccanismo che già Primo Levi aveva sperimentato sulla sua pelle.

  (Corriere della Sera)

 

 

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