Psicoantisemitismo
Ancora e sempre Esaù e Giacobbe

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di Giorgio Linda –

Non sono un critico letterario professionista, non sono imbeccato da alcun Editore né coinvolto in alcun Premio Letterario, sono semplicemente un lettore e da semplice lettore condividerò con voi le mie impressioni , positive o negative, su alcuni libri letti. E’ la volta di “Riflessioni sulla questione antisemita” – Delphine Horvilleur- La Repubblica.

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Giorgio Linda

Questo delizioso saggio mi è capitato fra le mani per caso, pochi giorni fa, ma la sua lettura è stata una gioia dello spirito. Ne è autrice una donna rabbino del Movimento Liberale Ebraico Francese, la quale nell’esposizione unisce alla consueta finezza della argomentazione rabbinica la tradizionale chiarezza della logica cartesiana.  Insomma –come recita la quarta di copertina- “uno strumento originale e indispensabile per comprendere e combattere l’odio antiebraico, scritto da una figura carismatica “ laddove “originale “ e carismatica” sono due aggettivi assolutamente azzeccati.

Delphine Horvilleur

Delphine Horvilleur

Da rabbino qual è la Horvilleur esplora l’antisemitismo attraverso i testi sacri, la tradizione rabbinica e le leggende ebraiche. Ella analizza dunque la particolare coscienza che gli ebrei hanno di ciò che abita la psiche antisemita nel corso del tempo e sottolinea le paradossali contraddizioni delle accuse che gli antisemiti rivolgono tradizionalmente .

La tradizione rabbinica infatti “ non si preoccupa tanto di venire a capo dell’odio verso gli ebrei (fatica sprecata…) quanto di offrire armi per premunirsi contro di esso” e , cosa non meno importante , ”rappresenta una via di uscita dalla competizione vittimaria che caratterizza i nostri tempi di odio ed esclusione.

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L’Autrice fin dalle prime pagine chiarisce che l’odio verso l’ebreo non è un semplice odio xenofobo, né il classico odio per il diverso. Nel corso della Storia gli antisemiti hanno additato simultaneamente l’ebreo per una colpa e per il suo contrario. L’ebreo è stato giudicato vuoi troppo ricco vuoi di vivere da parassita del Paese .

Vuoi troppo rivoluzionario vuoi troppo borghese. E’ stato percepito come una minaccia al sistema , ma anche la sua incarnazione , e così via. L’antisemita ritiene di poterlo riconoscere a distanza per via di ben precise caratteristiche fisiche e morali . Ma allora- si chiede rav Horvilleur- perché passa il tempo a braccarlo, come se stesse annidato, irriconoscibile, là dove meno ci si aspetta?  E conclude che a  livello più o meno conscio si rimprovera all’ebreo di possedere qualcosa che ha sottratto agli altri, che ha usurpato.

Da questo punto di partenza inizia una analisi davvero originale delle motivazioni dell’antisemitismo, letto da diverse angolazioni con spunti tratti non solo dalla Bibbia, ma anche dalla Psicoanalisi e dalla cultura contemporanea, mondana ,concedendosi ogni tanto anche un garbato e fine umorismo.

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Nel primo capitolo, intitolato provocatoriamente “L’antisemitismo è un conflitto di famiglia”, rav Horvilleur ricerca nelle vicende bibliche e finanche nella etimologia e nella semantica le radici di tanto odio . Non mancano – chi l’avrebbe dubitato? – pagine di autocritica e di autoironia per concludere infine che “l’odio per gli ebrei è immancabilmente la manifestazione di un rapporto doloroso con l’origine, di un’eredità e di un rancore ancestrale. E’ immancabilmente espressione di una gelosia all’interno della famiglia, di una competizione tra fratelli “ in cui il rancoroso non riesce ad affrancarsi” Ancora e sempre Esaù e Giacobbe, dunque.

Nel secondo capitolo viene sviluppato l’assunto che l’antisemitismo è un conflitto di civiltà: da un lato tutte le culture e le politiche che fanno un valore dell’unità, della forza, della immutabilità e dall’altra una cultura che si è difesa prima e auto-rigenerata poi attraverso la flessibilità e la mutevolezza. Avendo introdotto questi elementi nella cultura occidentale, per l’antisemita “l’ebreo sarebbe colui che crea una ferita, che impedisce al corpo si espandersi e di consolidarsi”

Nel quarto capitolo “l’antisemitismo è una guerra fra i sessi” l’Autrice ,con l’ausilio di molti, godibilissimi, esempi tratti dalla letteratura, ma anche dalla psicoanalisi, sostiene la tesi che l’ebreo è odiato perché introduce nella storia del mondo l’elemento femmineo e a livello inconscio , insieme con la donna, catalizza su di sé l’ancestrale paura della castrazione.

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Infine nell’ultimo capitolo, curiosamente intitolato “L’antisemitismo è una battaglia elettorale” viene magistralmente analizzato il senso , quello vero e quello percepito , della “controversa elezione ebraica”, della specifica relazione di Dio con il popolo di Israele.

Curiosamente-osserva rav Horvilleur- “ se gli ebrei si sentono in dovere di interrogare il senso di questa elezione, stranamente gli antisemiti hanno molti meno dubbi in proposito”  E’ come – in definitiva- se credessero ai testi ebraici in un senso molto più letterale di quanto non vi si fondino gli ebrei stessi. Perciò l’elezione ebraica li appassionerà sempre perché mette in disparte un gruppo che dal canto suo ha scelto di mettersi da parte per definirsi.

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Non manca nel saggio una lucida e sferzante disanima dell’ipocrita, paradossale e incoerente distinzione fra antisemitismo e antisionismo. Da lì a chiedersi in che cosa consista “l’autenticamente sé “ e in particolare l’identità ebraica il passo è breve .

Si dice che l’ebreo risponde sempre ad una domanda con un’altra domanda ed anche un rabbino non si sottrae a questa regola tant’è che conclude “non credo che il mio ebraismo sia totalmente definito da quel che ne ha fatto l’antisemitismo (…) eppure questo indicibile è forse la migliore definizione che posso darne, l’autentico e impossibile enunciato su quel che significa essere ebrei, su quel che significa essere se stessi”

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