Qua la mano Donald…

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di Fiamma Nirenstein –

Le chiome bionde scintillanti sotto il sole dell’Arabia Saudita sono il segno della visita del presidente americano Donald Trump in Medio Oriente: le teste delle donne non sono state coperte come dalla tradizione musulmana, il re ha persino stretto la mano della first lady Melania (e le donne non si possono toccare in pubblico). Era sbarcato non solo Trump, ma lo stile trumpiano: affermativo, diretto, rivoluzionario rispetto agli accattivanti toni del predecessore Barack Obama, che in Arabia Saudita è stato quattro volte, sempre con la scelta strategica di mostrare una sua amicizia incondizionata verso il mondo arabo e, sullo sfondo, il disegno di fare dell’Iran e quindi degli sciiti persiani, la sua chiave di volta di rapporto con l’Islam.

Fiamma Nirenstein

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Invece l’amicizia di Trump è rude, diretta e si è dimostrata piena di scopi espliciti. Primo fra questi: una lotta senza quartiere al terrorismo arruolando un vero e proprio esercito musulmano, con lo scopo sottinteso anche di battere le interferenze iraniane. L’accoglienza è stata entusiasta sia a Riad il 21 maggio, sia il giorno dopo a Gerusalemme.

Anche in Israele l’atterraggio è stato simbolico, una full immersion immediata nella cultura occidentale: oltre al primo ministro Benjamin Netanyahu e a tutti i suoi ministri, fuori dall’aeroporto lo aspettava con iniziativa propria una processione di moto Harley Davidson, la passione di Trump. Il milionario punta a un accordo fra palestinesi e israeliani e ha intrapreso una strada in gran parte nuova rispetto a quella tentata da Obama, il quale pensava che una terribile pressione avrebbe piegato Netanyahu ad abbandonare i territori in favore di uno Stato Palestinese. Ignorava del tutto il pericolo che ne sarebbe derivato a fronte di un’Autonomia Palestinese in cui il terrorismo è considerato ancora un’arma strategica e la determinazione a non riconoscere lo Stato ebraico altrettanto definitiva.

epa05980961 US President Donald J. Trump (2-L) and his wife, US First Lady Melania Trump (3-L) are welcomed by Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu (3-R) upon arrival at Ben Gurion Airport, in Lod outside Tel Aviv, Israel, 22 May 2017. Trump arrived for a 28-hour visit to Israel and the Palestinian Authority areas on his first foreign trip since taking office in January. EPA/JIM HOLLANDER

Donald Trump e Benjamin Netanyahu

Trump dà segni di capire questo problema anche se vuole da Netanyahu dei segnali di buona volontà che consentano di riprendere le trattative di pace. Il presidente ha chiesto al mondo arabo sunnita moderato di dichiarare guerra al terrorismo definendo i terroristi «barbari e delinquenti» e riabilitando così l’insieme della religione musulmana: in campagna elettorale aveva disegnato un Islam aspro e aggressivo, stabilendo poi che l’ingresso in America fosse vietato ai cittadini di parecchi Stati.

L’ex presidente Obama aveva proposto un rapporto basato sulle scuse del mondo occidentale per i torti fatti agli arabi: con molti inchini, molti salamelecchi, molti errori aveva individuato un possibile alleato nella Fratellanza Musulmana, nominando l’Iran il suo interlocutore per eccellenza. L’accordo di Obama con Teheran per frenare la corsa al nucleare è stato definito da Trump il peggiore mai firmato.

epa05976136 A handout photo made available by the Saudi Press Agency shows US President Donald J. Trump (L) being welcomed by Saudi Arabia's King Salman bin Abdulaziz Al Saud (R) at King Khalid International Airport in Riyadh, Saudi Arabia, 20 May 2017. Trump is on an official visit to Saudi Arabia, the first stop of his first foreign trip since taking office in January 2017. EPA/SAUDI PRESS AGENCY HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Adesso fra un tintinnare di cristalli nelle sale sfarzose della reggia saudita e poi la calorosa accoglienza di Netanyahu è un totale rovesciamento della politica del predecessore: l’alleanza con un mondo finora in bilico fra l’integralismo islamico e l’Occidente per una guerra senza quartiere contro il terrorismo.

«Buttateli fuori dai centri di studio, dalle loro case, dai vostri Paesi», ha ruggito Trump. C’è qualche garanzia che questo appello all’insurrezione dell’Islam contro il terrore che nasce nel suo seno non resti una pura aspirazione: l’accordo per la vendita di armi americane ai sauditi, e l’altolà molto serio all’Iran perché non minacci con una nuova corsa sotterranea all’atomica tutto il mondo, e in particolare Israele.

Qui, nonostante la difficoltà del processo di pace coi palestinesi e gli ostacoli nel realizzare la promessa di trasportare a Gerusalemme l’ambasciata degli Stati Uniti, Trump porta un cambiamento: quello di un presidente che ha un evidente affetto per Israele. Da questo deriva un sincero desiderio di creare una pace effettiva fra le due parti e di un coinvolgimento del mondo arabo moderato.

(Grazia)

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Fiamma Nirenstein

Giornalista