Quando Bobbio giurò al fascismo
e si prese la cattedra di un ebreo

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di Diego Gabutti –

Ogni filosofo, persino quelli che ne sono più lontani, devono vedersela con l’attualità. Anche il pensatore più astratto, anche il più tecnico dei filosofi, non pub evitare (per lo più pentendosene) di prendere posizione, se non addirittura di prendere partito. Quando poi, come il grande torinese Norberto Bobbio, si è un teorico del diritto e un filosofo della politica, e per di più ci si trova a vivere e a lavorare nel «secolo breve», epoca particolarmente sventurata, è impossibile essere (come si dice) spassionati.

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Bobbio era completamente immerso nell’attualità e la sua filosofia politica, più che una teoria del diritto e del potere, era uno zibaldone di note a margine dello stato di cose presente.

Salvo l’episodio disgraziato della lettera a Mussolini nel 1935, nella quale prendeva le distanze da Giustizia e Libertà, l’organizzazione clandestina alla quale aderiva insieme ai suoi amici, da Giulio Einaudi a Leone Ginzburg, da Cesare Pavese a Massimo Mila; salvo anche il successivo giuramento di fedeltà del fascismo pronunciato nel 1940, dopo le leggi razziali, quando non esitò a occupare la cattedra d’un professore ebreo, Adolfo Ravà, cacciato dall’Università di Padova,

Mario G. Losano

Mario G. Losano

Bobbio fu un antifascista. Fu un uomo di sinistra, prima azionista e poi socialista. Contestò al partito comunista la sua fede marxistaleninista. Morì, nel 2004, da senatore a vita. Mario Losano illustra il suo pensiero e racconta la sua vita in un libro avvincente.

  (Italia Oggi)

 

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