Quando l’Italia cacciò gli ebrei…

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di Daniela Franceschi –

Il 1938 vide il varo di Legislazioni antiebraiche in molti Paesi Europei, ciò comportò che un numero crescente di ebrei fosse «ridotto a una massa di paria, non solo senza status sociale o simbolico ma soprattutto senza Stato, ossia senza protezione giuridica, una massa di paria fragile e in balia delle nubi minacciose che si stavano addensando all’orizzonte». Si venne quindi a creare in Europa un vasto movimento migratorio che gli Stati destinatari di tale migrazione non gradivano per niente.

Di Daniela Francesch

Di Daniela Franceschi

Il fallimento della conferenza di Evian nell’estate del 1938, un’iniziativa del Presidente Americano Roosevelt per trovare una soluzione al problema dei profughi ebrei, dimostrava quanto la drammatica condizione degli israeliti non fosse propriamente al centro dell’interesse dell’opinione pubblica internazionale.

Franklin Delano Roosevelt

Franklin D. Roosevelt

L’Italia non partecipò alla conferenza; il Ministro degli Affari Esteri Galeazzo Ciano aveva informato l’ambasciatore statunitense della mancata adesione per «motivi politici» all’iniziativa, che si prefiggeva il compito di facilitare l’emigrazione dei «rifugiati politici» austriaci e tedeschi. I giornali italiani compresero perfettamente che la dizione «rifugiati politici» si riferiva ai profughi ebrei.

Galeazzo Ciano

Galeazzo Ciano

Dal punto di vista prettamente legislativo, l’Italia rispose al continuo aumento di profughi ebrei, derivante dai provvedimenti di espulsione varati da altre Nazioni, con una serie di norme chiaramente persecutorie. È importante ricordare che dopo pochi mesi il nostro Paese adottò un corpus legislativo antisemita molto articolato e, in alcuni punti, ancora più vessatorio di quello tedesco.

In un periodo storico in cui i giornali erano il maggior mezzo di informazione, insieme alla radio, la campagna di stampa aggressiva e denigratoria contro gli ebrei che imperversò sulle pagine di tutti i quotidiani e periodici durante il 1938, veicolò a una platea alquanto vasta pregiudizi e stereotipi della peggiore propaganda antisemita.

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È proprio dalle parole d’ordine della stampa, dalla diffusione dei suoi stereotipi, che è possibile ricostruire l’ambiente che informò la società italiana in un’epoca in cui non erano consentite espressioni d’opinioni o fonti d’informazione diverse da quelle ufficiali. Una posizione particolare occupò, all’interno di questa martellante propaganda giornaliera, la figura del profugo ebreo; è sufficiente prendere in esame pochi articoli di un importante giornale come «La Stampa» di Torino per cogliere appieno l’immagine negativa che era veicolata al cittadino medio italiano durante il 1938.

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Il giornalista Enzo Arnaldi si occupò specificatamente dei medici ebrei stranieri presenti nella Riviera ligure; la sua attenzione era stata catturata dal numero giudicato eccessivo di questi medici «impancatisi a far quattrini nella nostra Riviera».

Una realtà ben conosciuta da quei dottori italiani che «si sono trovata chiusa in faccia la porta di una città che per ogni verso e diritto dovrebbe e dovrà essere loro, esclusivamente loro». L’articolista continuava scrivendo che «la Riviera s’è offerta più di ogni altra zona all’invasione di questi israeliti venuti dalla Germania, dalla Polonia, dalla Russia, dall’Ungheria e dalla Cecoslovacchia, eccetera.

L’entratura era facile per loro, internazionali e nomadi per istinto di razza, appoggiati, richiesti, imposti dai numerosi e ricchi ebrei stranieri e nostrani viventi qui». In un articolo successivo, che nelle linee generali ricalcava il tono del precedente, Arnaldi focalizzava l’attenzione sulla provenienza dei medici, affermando che la loro origine non aveva importanza, poiché «l’origine e la data di arrivo in Italia non mutano la situazione. Sempre ebrei stranieri sono e sempre occupano posizioni e intascano quattrini destinati a professionisti nostri». Da rilevare l’accento posto sul numero eccessivo che, implicitamente, richiedeva l’applicazione di norme limitanti per evitare questa «invasione».

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Si ripresentavano, dunque, temi classici della propaganda antisemita: l’infiltrazione ebraica nell’economia di una Nazione; la denuncia della dimensione internazionale della «congiura giudaica»; l’affarismo ebraico. Le stesse tematiche antiebraiche sono riscontrabili, senza rimarchevoli modificazioni dei toni, in tutti i giornali e periodici italiani durante il 1938.

Il 7 settembre del 1938 il governo fascista, col regio decreto-legge numero 1381, dava inizio alle persecuzioni contro gli ebrei. Il provvedimento all’articolo 4 recitava: «Gli stranieri ebrei che, alla data del presente decreto-legge, si trovino nel Regno, in Libia e nei possedimenti dell’Egeo e che abbiano iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1° gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia, e dei possedimenti dell’Egeo, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto».

Entro il 12 marzo del 1939, salvo rare eccezioni, circa 5.000 ebrei stranieri avrebbero dovuto lasciare l’Italia. La scelta del nuovo Stato in cui emigrare era particolarmente problematica poiché quasi tutti i Paesi Occidentali, compresi Stati Uniti ed Inghilterra, avevano introdotto delle quote di immigrazione molto limitate, quote che non subirono modificazioni rilevanti nel corso della guerra, nemmeno quando fu chiaro che era in corso un vero e proprio genocidio della popolazione ebraica europea.

 (Informale)

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