Quegli F16 “affogati” di Hatzor

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di Paolo Mauri –
Le recenti inondazioni che hanno colpito il Medio Oriente hanno messo in luce una problematica nella gestione delle emergenze da parte della difesa civile di Israele. Una problematica che coinvolge direttamente le Idf (Israel Defense Forces), le Forze Armate di Tel Aviv, non solo a livello della capacità di far fronte a eventi catastrofici, ma anche per quanto riguarda la fiducia dello stesso personale nei riguardi dei vertici militari.

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Paolo Mauri

Le forti piogge che hanno imperversato su Israele e che hanno avuto il loro acme nella settimana tra il 6 e il 12 gennaio hanno causato violente inondazioni che hanno provocato sette morti e un numero imprecisato di sfollati. Questi violenti eventi atmosferici hanno anche colpito installazioni militari: la base aerea di Hatzor, nella parte centro occidentale del Paese, ha visto l’allagamento degli hangar dove stazionavano gli F-16C e D dell’aeronautica di Tel Aviv e sappiamo che almeno otto velivoli sono rimasti sott’acqua causandone il ritiro temporaneo dal servizio.

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La serie improvvisa di eventi atmosferici intensi, benché largamente prevista, ha colto un po’ di sorpresa il sistema israeliano di difesa civile, gestito dai militari, che è praticamente collassato a fronte dell’altissimo numero di richieste di interventi di soccorso.

Nella regione di Nahariya, ad esempio, è entrata in azione la 91esima divisione per recuperare dozzine di persone intrappolate dalla furia delle acque e per due giorni interi i militari ed i mezzi dell’unità comandata dal generale Shlomi Binder sono stati occupati in questa attività straordinaria.

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Secondo quanto riferiscono gli stessi media israeliani, la popolazione ha lamentato il ritardo nell’arrivo dei soccorsi e la causa è da imputare al collasso del sistema di ricezione delle emergenze che, progettato per gestire un massimo di cento richieste in breve tempo, si è trovato a far fronte a più di 2mila chiamate di soccorso in un arco temporale di un’ora e mezza circa.

A quanto sembra il sistema della difesa civile di Israele è sotto osservazione da almeno due decadi nelle quali è stato individuato proprio nella capacità di intervento di alcune sue componenti, nel caso specifico i vigili del fuoco, l’anello debole dell’intero strumento. Per ovviare a questa debolezza, Tel Aviv impiega quindi l’esercito, ma questa scelta porta con sé delle problematiche non indifferenti in caso di un conflitto.

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L’attuale situazione di instabilità nell’area mediorientale preoccupa i vertici delle Idf che avvisano che, sebbene una guerra sia poco probabile, è comunque un’eventualità da non sottovalutare, pertanto le unità militari che vengono utilizzate da Israele per soccorrere la popolazione civile durante i disastri naturali o durante un possibile attacco missilistico di larga scala sarebbero impegnate altrove per contrastare l’attività del nemico.

In tempo di guerra, ad esempio, la 91esima divisione sarebbe in prima linea per contrastare gli attacchi di Hezbollah, che includerebbero raid di commando suicidi oltre al massiccio impiego di razzi a corto raggio tipo Katyusha contro obiettivi civili e militari situati lungo la frontiera nord del Paese.

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Pertanto la stretta dipendenza della difesa civile sulle capacità delle forze armate, che in tempo di pace è assolutamente ovvia e scontata, diventerebbe un problema in tempo di guerra proprio perché queste sarebbero impegnate in compiti più urgenti, lasciando così la popolazione civile nella mani del già citato “anello debole” che è collassato davanti alle numerose richieste di interventi di soccorso durante le recenti inondazioni.

In Israele, pertanto, ci si chiede come funzionerebbe il sistema di emergenza in caso di guerra, specialmente se un attacco missilistico non viene preannunciato in tempi ragionevoli dall’intelligence, se è risultato inefficace davanti a un evento climatico estremo, che pure era stato ampiamente previsto.

 (Giornale)

 

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