Quei souvenir che sanno di morte

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di Marcello Malfer *

Il riaccendersi delle polemiche attorno alla liceità della vendita di prodotti, siano essi vini o coltelli, recanti i simboli del hitlerismo e del fascismo non può lasciare indifferenti, soprattutto in un tempo in cui forte si sente riaffiorare alla superficie della storia il magma del nazismo e dell’antisemitismo        .
Pur non obiettando sulla libertà di commercio, crediamo difficile accettare l’assunto della titolare del negozio del passo della  Mendola, la quale afferma in proposito: «Allora vietiamo anche i capelli da cow boy per lo sterminio degli indiani. Sono oggetti, l’ideologia non c’entra».

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Eppure la signora afferma di avere molta e nostalgica clientela tedesca, perché l’inadeguatezza di una simile frase si commenta da sé. Forse la gentile signora non sa.

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Non è una colpa, né un merito. Semplicemente ne prendiamo atto, ma ciò non scusa un paragone proprio delle culture del negazionismo e di quanti ritengono di poter mettere sullo stesso piano ogni accadimento storico. Eppure buona parte della cultura occidentale ha riconosciuto, in tempi non sospetti, l’assoluta originalità ed unicità della Shoah: eppure la vicenda dell’antisemitismo in Europa data millenni. Eppure la coscienza del vecchio continente porta ancora il peso di un dramma pianificato dall’ideologia e realizzato con il concorso di quasi tutto un popolo.

Predappio souvenir

In Germania è proibita la vendita di simili prodotti e non si chiede come mai? Forse ci si dimentica che dietro l’oggettistica da collezione si nasconde spesso il rinnovarsi del «culto» di un’ideologia che sugli stessi pugnali – messi oggi in vendita con tanta leggerezza – faceva scrivere: «Il mio onore si chiama fedeltà».

Non erano i pugnali da caccia di Mano Gialla o di Toro Seduto, bensì quelli d’onore delle S.S. ed è per tale ragione che essi possono diventare oggi amuleti di una «religione dell’odio     razziale di cui non sentiamo il bisogno. Molto probabilmente venderli è consentito e l’esercizio di quest’attività non viola nessuna regola.

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Colpisce però la faciloneria delle «giustificazioni» addotte e la loro opinabilità: che sia più dannoso vendere vino con l’immagine di Mussolini in etichetta ed icone naziste, anziché «gratta e vinci» è decisamente un’idea originale e che cela in sé, secondo il nostro punto di vista, una sorta di «disprezzo» per quell’immenso baratro di dolore e follia che fu l’Olocausto del popolo di Israele e delle altre centinaia di migliaia di uomini «passati per il camino».
È davanti a simili inquietanti episodi che si fa allora impellente il dovere della memoria, quanto meno come didattica specifica della storia e come deterrente al sempre possibile ripetersi.

 *Presidente Ass. Trentina Italia – Israele

 

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