Quel maledetto cerchio rosso

di Gennaro Avano –

Viaggio nel percorso storico antropologico nel Meridione ebraico in cui, negli ultimi anni, stanno riemergendo tante tracce di semitismo dimenticato che inducono a ritenere quella ebraica una cultura fondante come quella greca. Sulla base di queste scoperte tanti stanno ritrovando affezione verso una cultura che scoprono riferibile alla propria origine remota. In qualche modo, coltivare questa consapevolezza può, col tempo, creare una più solida affettività verso Israele, e di Israele verso il nostro sud.  La seconda puntata sulla Sicilia.

In merito al semitismo isolano (ma anche quello del Meridione continentale) dobbiamo necessariamente assumere che nel corso della lunga permanenza  delle comunità non è mai esistita la pratica della segregazione, e ciò nonostante il ciclico ricorrere di monarchi tal volta intolleranti.

La pratica dell’ apartheid viene infatti sancita successivamente alla diaspora del Meridione con la bolla di Paolo IV del 1555, trovando quindi attuazione per i siti di reinsediamento successivi alla cacciata dai territori spagnoli (in cui rientrava allora il Meridione continentale e insulare).

La cacciata degli ebrei

 

Sull’Isola e nel Meridione continentale, i luoghi di residenza, di vita comunitaria e culturale, sono le giudecche, intenzionalmente connotate dalle stesse comunità ebraiche al fine di una conservazione identitaria. Esse si costituirono, inizialmente, in nuclei abitativi su territori costieri, adatti cioè al commercio. Solo successivamente furono ubicate anche in quartieri di entroterra che, comprensivi di attività commerciali e bagni, davano molta evidenza alla meschita.

Federico II di Aragona

Una stagione di governo intollerante in Sicilia fu, per esempio, quella del regno di Federico II di Aragona il quale, nel 1310, avviò una politica vessatoria obbligando la popolazione di fede ebraica al segno distintivo consistente in un cerchio rosso, la cosiddetta rotella.

A metà del 1400 però gli ebrei godettero di buona considerazione presso re Alfonso di Trastámara, detto il Magnanimo, il quale sotto la sua egida riunificò l’Isola al Meridione continentale. In forza di questa considerazione egli concesse alle comunità diritti che rimasero in vigore anche dopo il suo governo, quando cioè l’Isola tornò sotto il controllo diretto di regnanti spagnoli, e fino al momento della loro espulsione, decretata nel 1492 da Ferdinando il Cattolico (pure d’Aragona) e Isabella di Castiglia.

Non a caso, crediamo, fino a quel momento la presenza ebraica isolana aveva visto un notevole incremento e la saggistica di settore riferisce che nell’ultimo decennio del XV secolo la popolazione era costituita da circa 25.000 perone distribuite in 44 aggregazioni.

La Giudecca di Trapani

Circa i luoghi dell’Isola in cui la cultura ebraica ebbe rilevanza sussistono oggi numerose tracce che, abbiamo visto, si arricchiscono di sempre nuovi documenti.  Assumiamo dunque alcune cognizioni sulla consistenza delle comunità isolane e apprendiamo che le più numerose, ovvero quelle di Siracusa, di Palermo e di Agrigento, erano costituite da circa cinquemila individui ciascuna.

Gli seguivano quelle di Catania, di Trapani, di Marsala, Sciacca e Messina che invece ne contavano circa due migliaia. Numeri progressivamente più contenuti ci conducono poi alle comunità piccole tra le quali collochiamo quelle di Caltagirone, Modica, Militello, Ragusa, Randazzo, Limina, Piazza Armerina, Mineo, Savoca e diverse altre, che erano costituite da poche centinaia di persone.

Volendo dunque percorrere un piccolo itinerario dell’Isola, rappresentiamo questo tema riferendoci ad una fascia geografica che dal settore occidentale, percorrendo la costa settentrionale, ri approda al versante orientale da cui siamo partiti.

Senza però riprendere vicende relative alle comunità più note e popolose, proponiamo qualche cognizione nata da visite personali che abbiamo poi approfondito attraverso saggistica e testi di storie locali. A mero titolo di esempio prendiamo pertanto a riferimento alcune località presso le quali abbiamo avuto incontri, a volte casuali, con antiche tracce di ebraismo.

 

Quale suggestiva tappa in Sicilia occidentale riferiamo quindi di Trapani, ove la memoria ebraica è soprattutto concentrata sull’antico quartiere di San Pietro, luogo che nel 1400 era giudecca. Ma la cognizione non è aliena dalla consapevolezza che i nuclei familiari più importanti erano in realtà distribuiti in tutta la città. Non c’era perciò quartiere della città medievale che non ospitasse abitazioni o botteghe ebraiche: Santa Elisabetta, San Francesco, Porta Nova, Porta Vecchia, il quartiere Palacii, di Chanti Chanti, San Benedetto, San Salvatore, Porta Pali,  Rua li quartarari, via Catito.

In questi luoghi infatti le case ebraiche sono ancora riconoscibili e rispondono ad un modello detto palachata caratterizzato da finestra bifora e ingresso a sesto acuto.

Riguardo invece all’aspetto sociale che si riscontra nella relativa saggistica, colpisce  il fatto che al mondo ebraico trapanese appartenessero tutte, o quasi, le categorie professionali: dai banchieri ai commercianti; dai proprietari di immobili agli amministratori e notai. In un contesto in cui non mancano conciatori, proprietari e braccianti di tonnare e financo garzoni di bottega.

Spostandoci sul versante opposto, non meno interessante appare la traccia dell’ebraismo a Militello Val di Catania, in Sicilia orientale. Ivi l’evidenza fisica dell’ebraismo è specialmente riferibile a certi ambienti rupestri situati in Colle San Vito, i quali sono prossimi a quei corsi d’acqua utili sia all’attività della conceria che all’ubicazione, anche qui, dei bagni rituali. Essi furono perciò premessa alle tracce più recenti  del quartiere Cunzuria, Conceria, che ci ricorda la peculiarità di quella professione ebraica quale fu la concia delle pelli.

Ivi la suggestione dei luoghi è arricchita anche dalla vicenda sociale che ha sortito un grande interesse già nel 1700 a seguito del ritrovamento in archivio di una lettera di concessione del 1486. La lettera, redatta dal vicerè, trasmette cioè il consenso alla costruzione di una meschita militellese. Nel merito sorse  quindi un dibattito  animato da numerose ipotesi sulle circostanze che decretarono nascita, e anche la fine, di una comunità che ebbe una durata molto breve.

Ricordiamo inoltre che lo studio settecentesco ebbe ulteriore sviluppo nel XIX secolo con la pubblicazione – tutt’ora fondamentale – del Codice diplomatico dei Giudei di Sicilia, di Bartolomeo e Giuseppe Lagumina, che tratta la presenza complessiva dell’ebraismo siculo. I Lagumina cioè curarono la pubblicazione di molti documenti relativi all’ebraismo conservati nell’Archivio di Stato di Palermo dove era anche la documentazione relativa a Militello.

Concludiamo questo breve excursus volgendo lo sguardo alla Sicilia nord-orientale, colpiti dalla vicenda della comunità che fu di Savoca, un comune in provincia di Messina, sulla quale ci soffermiamo constatando e credendo di leggervi il prodomo dell’espulsione tardo quattrocentesca.

La Torah a Savoca dopo 500 anni

Ivi infatti apprendiamo l’esistenza di un documento del 1470 che restituisce il quadro di una disputa che riguardò l’ ubicazione di una meschita. Questo documento cioè rappresenta l’esito di una denuncia, inoltrata al vicerè Ximen de Urrea, di un gruppo cristiano che lagnava il vigore dei canti ebraici.

In esso pertanto si apprende la disposizione del Vicerè che, dando seguito alla richiesta, impone l’ordine di allontanamento del tempio dalla prossimità di chiese cristiane. Nel merito aggiungiamo soltanto che la vicenda ha dato spunto a una notevole produzione saggistica che esamina in maniera assai dettagliata la vicenda nel contesto della storia locale.

(3.continua)

 

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