Quel monologo di Benigni
trecentomila volte nauseante

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Roberto benigni e nel riquadro Vittorio Robiati Bendaud

Dopo aver commentato il soporifero e inutile monologo di Benigni al Festival, dopo aver rilevato che 300mila euro sono un insulto alla povertà, ma fa parte del mondo dei Rolex di sinistra, dopo aver costatato il conformismo acritico di molti, il Cantico dei Cantici ridotto a poemetto erotico con ricchezza di particolari, fa rabbrividire. Tempi.it ha intervistato Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro Nord Italia, per restituirci la lettura e la vera interpretazione del Cantico. Riportiamo i passi più significativi.

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Il messaggio che Benigni voleva far passare è che un testo così carnale, fisico, erotico desse fastidio a quei “sessuofobi” di ebrei e cristiani?

Abbiamo assistito ad un uso aggressivo e strumentale del testo biblico contro il testo biblico. Come se il Cantico fosse la parte bella e buona della Bibbia, in mezzo a tanti racconti brutti e malvagi. Appunto, un uso strumentale e indebito di parti della scrittura contro altre parti della scrittura.

Un’operazione che non tiene contro del fatto che la Bibbia è composta da testi plurali, diversi per epoca e genere.

E che non tiene conto di un altro aspetto fondamentale che Benigni s’è ben guardato dal ricordare puntualmente: è scritta in ebraico, mica in inglese. Altro che «song of the songs». Voglio dire che fa riferimento a una semantica e a una storia specifica, quella ebraica passata e presente che, forse questo Benigni non lo sa, ha una vastissima produzione letteraria erotica in lingua ebraica e araba, scritta sovente in età medioevale e rinascimentale da insigni rabbini che erano al contempo teologi e mistici. Sa Benigni quante storie d’amore sono raccontate nella Bibbia? Pensi a Isacco e Rebecca, ad Abramo, Agar e Sara, a Giuda e Tamar: storie a volte narrate con tratti di estrema delicatezza e riserbo, a volte con tratti a tinte vivide. La sua è stata una ricostruzione ideologica, falsante, trita ed esausta.

Vittorio Robiati Bendaud

Vittorio Robiati Bendaud

Sul palco dell’Ariston Benigni ha anche detto che il Cantico non doveva essere inserito tra quelli biblici.

Sì, ma per la ragione opposta a quella che ha spiegato lui. Innanzitutto, punto numero uno, il problema di inserimento del testo è la stessa tradizione a narrarcelo. Poi, punto numero due, il dilemma che ci si pose è se un tale testo potesse essere frainteso nella stessa maniera con cui lo ha frainteso Benigni a Sanremo. Benigni ha citato rabbi Akivà il quale disse anche in relaziona al Cantico dei cantici che «se ogni libro della scrittura è santo, il Cantico dei cantici è il santo dei santi».

rabbi Akivà

rabbi Akivà

Il problema non è soltanto di esaltare il mezzo espressivo della materia narrata, ma di coglierne il significato più autentico, quello allusivo. La cosa grandiosa non è che il Cantico sia riducibile e una poemetto erotico, ma che si sia ritenuto, per descrivere il rapporto di Dio con il creato e con il popolo ebraico, che non vi fosse nulla di sufficientemente nobile e ricco oltre all’erotismo e alla fisicità umana….  Ovviamente un non credente può leggere i testi sacri come semplici testi narrativi o storici. È qualcosa che si può fare legittimamente, ma bisognerebbe cercare di farlo con una certa onestà intellettuale, una certa gravitas e un certo decoro. Questi sono testi che, per il popolo che li ha trasmessi, sono sacri sin dal momento della loro stesura e non tenerne conto è opera intellettualmente disonesta, non tanto nei confronti di Dio, ma nei confronti del testo stesso e dei suoi lettori….

Heinz Heger (Gli uomini con il triangolo rosa)

Il punto è che si cerca di far dire al Cantico ciò che il Cantico non dice.

Mi lasci fare due esempi: nel libro di Heinz Heger (Gli uomini con il triangolo rosa) ci viene consegnata la testimonianza drammatica e altissima di martirio e fede cristiana di un pastore omosessuale protestante. Un simile esempio di fede, spiritualità e determinazione deve essere compreso, apprezzato e valorizzato. Consiglio anche la lettura proprio su queste questioni delicate e ineludibili del saggio del pastore omosessuale Douglas Murray (The Madness of Crowds: Gender, Race and Identity). E, ancora, rimanendo su questi temi, alla lettura del libro del rabbino ortodosso Steve Greenberg, Wrestling with God and Men: Homosexuality in the JewishTradition. Chiaramente capisco che vi siano persone che legittimamente rifiutano o hanno difficoltà serissime con la prospettiva proposta dai testi biblici. Ci si trova spesso di fronte a contraddizioni, ipocrisie, imbarazzi e dolenti drammi esistenziali. Ma, come dice lei, pretendere di far dire al testo ciò che chiaramente non afferma, mi pare un po’ troppo.

indexQuindi è un rapporto d’amore elettivo ed esclusivo, come un rapporto tra un uomo e una donna.

È così misterioso il rapporto tra uomo e Dio che per renderlo comprensibile, descrivibile, lo si paragona, lo si illustra con il rapporto umano, sessuale, tra uomo e donna. Come nel rapporto tra uomo e Dio, così anche nel rapporto tra uomo e donna essi si “conoscono” (termine biblico) rimanendo però irriducibili a se stessi, ovvero con una zona di inconoscibilità strutturale ove si incontra il totalmente altro.

E perché sono “abusive” le altre forme?

Perché il Cantico dei cantici non è evidentemente solo descrittivo, ma anche normativo: cioè indica alla società come essa si debba strutturare, ovvero basandosi in via ordinaria, archetipica e privilegiata sul rapporto monogamico (e non poligamico – ed è qui che si individua, per la prima volta nella storia, una svolta decisiva nel riconoscimento e nelle possibilità di implementazione dei diritti della donna) ed eterosessuale.

Steve Greenberg,Eppure in prima fila ad applaudire Benigni vediamo così tanti uomini di fede…

Appunto. Purtroppo oggi molti credenti sono così privi di spirito e fede, o disincantati o così confusi che s’innamorano di queste vacue riduzioni progressiste che stuprano i testi delle loro tradizioni, talora con persino la pretesa di rivolgerli contro la tradizione di appartenenza. È anche colpa dei dirigenti delle varie comunità religiose che, non riuscendo più a essere sufficientemente credibili e offrire contenuti esistenziali seri alle folle, accettano oziosamente le letture “benignesche” che svendono i tesori della loro tradizione al supermarket di una religiosità indistinta e superficiale, atea nel senso deteriore del termine. È colpa della loro sciatteria e arrendevolezza, che risponde alla logica del “tutto va bene, purché se ne parli”. Ma così, intanto, si diffonde un altro tipo di religione: quella di un “umanesimo post ebraico e post cristiano” senza più nulla né di ebraico né di cristiano. E questo non è nemmeno rispettoso di tante serie e buone persone rigorosamente “non credenti”.

(Tempi, MilanoPost)

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