Quel rebus chiamato Cisgiordania

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La grande novità del lungo weekend di Shavuot è stata l’intervista al New York Times dell’ambasciatore americano in Israele David Friedman. Friedman ha detto al giornalista David Halbfinger: “Penso che Israele abbia il diritto di trattenere una parte, ma probabilmente non tutta, la Cisgiordania”.

Chiunque abbia seguito gli alti e bassi del processo di pace israelo-palestinese, dagli accordi di Oslo in poi, non è rimasto certo sorpreso dalle parole di Friedman. Tutti i piani di pace e le soluzioni “a due stati” che sono state proposti, da Camp David e Wye Plantation ai progetti di Bill Clinton e Barack Obama, sono fondati sul concetto che ogni soluzione basata sulle linee del 1967 dovrà includere degli aggiustamenti per riflettere le necessità della sicurezza e la realtà sul terreno (in particolare i blocchi di Gush Etzion, Ariel e Ma’aleh Adumim).

Yitzhak Rabin e il leader dell’Olp Yasser Arafat, di fronte al presidente degli Stati Uniti Bill Clinton

Yitzhak Rabin, Bill Clinton e Yasser Arafat

Ciò che tuttavia questa volta ha suscitato grande subbuglio è che Friedman non ha affermato che l’annessione di parti della Cisgiordania debba avvenire nel quadro di una soluzione negoziata che porti alla nascita di uno stato palestinese.

Molti mass-media hanno usato il termine “annessione unilaterale” sebbene né Friedman né il New York Times avessero usato il termine “unilaterale” e nemmeno il termine “annessione”.

L’intervista ha sollevato le ire dell’Autorità Palestinese, con il suo ministero degli esteri che condannava con veemenza le parole di Friedman e minacciava persino di inoltrare formale protesta contro di lui presso la Corte Penale Internazionale.

David-Friedman

David-Friedman

I soliti noti,  come “J Street” e Peace Now, hanno invocato la cacciata di Friedman per incapacità di agire da mediatore. La Casa Bianca si è affrettata a diffondere una dichiarazione che assicura che non vi è stato alcun cambiamento nella politica degli Stati Uniti riguardo alla Cisgiordania.

Tutti avevano qualcosa da dire su Friedman tranne, a quanto pare, il governo israeliano. Membri del Likud come Gilad Erdan, Tzachi Hanegbi e Ze’ev Elkin hanno elogiato le parole dell’ambasciatore, ma non si è vista né sentita una dichiarazione ufficiale del governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Forse perché Netanyahu, dopo anni di governo, non ha ancora deciso cosa intende fare con la Cisgiordania.

In giallo/ocra, lo stato palestinese che esisterebbe già oggi (con scambi di territori) se nel 2008 i palestinesi avessero accettato la proposta del premier israeliano Ehud Olmert

In giallo/ocra, lo stato palestinese che esisterebbe già oggi (con scambi di territori) se nel 2008 i palestinesi avessero accettato la proposta del premier israeliano Ehud Olmert

Poco prima delle scorse elezioni del 9 aprile, Netanyahu aveva espresso l’intenzione di estendere la giurisdizione israeliana a tutte le comunità ebraiche in Cisgiordania, ma quella era solo retorica elettorale volta a sottrarre voti ai partiti dell’estrema destra. In realtà, non esiste una espressa politica israeliana sulla questione: Netanyahu non ha preso una decisione ufficiale su eventuali mosse unilaterali, e se esse siano positive per Israele.

Ma qualsiasi soluzione allo stallo tra Israele e palestinesi potrà venire solo dalle parti interessate, non dal sostegno o dall’opposizione proveniente da soggetti esterni, siano essi gli Stati Uniti o l’Unione Europea.

Le mosse unilaterali possono provocare caos, vuoti di potere e maggiori violenze: basta guardare alle conseguenze del ritiro di Israele dal Libano meridionale e da Gaza e al conseguente rafforzamento di Hezbollah e Hamas. Ma possono anche favorire una soluzione a lungo termine.

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Benjamin Netanyahu

In ogni caso, non è Friedman a dover decidere cosa dovrebbe fare Israele. Gli israeliani hanno il diritto di sentire dalla loro leadership quale visione abbia per la spinosa questione, e non nel contesto di posizionamenti tattici, ma nell’ambito di una soluzione a lungo termine che sia la migliore possibile per gli interessi vitali di Israele.

L’estensione unilaterale della giurisdizione israeliana su ampie sezioni della Cisgiordania o l’annessione di una parte dell’area nell’impossibilità di arrivare a un accordo regionale sono alcune delle opzioni sul tavolo. Netanyahu – specie in vista di nuove elezioni – dovrebbe dirci cosa intende fare.

(Jerusalem Post,Israelenet)

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