Quelle luci di Hannukkah
La rivincita di Palazzo Steri

Hannukkah a Palazzo Steri

di Gennaro Avano –

Viaggio nel percorso storico antropologico nel Meridione ebraico in cui, negli ultimi anni, stanno riemergendo tante tracce di semitismo dimenticato che inducono a ritenere quella ebraica una cultura fondante come quella greca. Sulla base di queste scoperte tanti stanno ritrovando affezione verso una cultura che scoprono riferibile alla propria origine remota. In qualche modo, coltivare questa consapevolezza può, col tempo, creare una più solida affettività verso Israele, e di Israele verso il nostro sud.  La terza puntata sulla Sicilia.

Gennaro Avano

Cercando nell’antropologia contemporanea indizi di pratiche legate al mondo ebraico siciliano dobbiamo partire dalla cognizione che la parte di questa popolazione che restò in loco, pur perpetuando le proprie tradizioni, dovette dirsi cristiana.

Oggi si discute molto circa i segni e le tracce riferibili a questa antica appartenenza che permangono in seno alle pratiche e alle tradizioni locali. Pur senza addentrarci nell’interpretazione di numerose abitudini, riti e cerimoniali, il cui onere e merito lasciamo ai tanti studiosi che se ne occupano, riferiamo di una vicenda che cade certamente nell’aneddotica ma che, in quanto storia leggendaria, ampiamente conosciuta, nasconde certamente un fondo di verità.

Parliamo di quella curiosa specialità molto diffusa in Sicilia che si chiama “ Pani cu a meusa”, tipico cibo da strada, la cui origine viene sempre descritta dai cultori della gastronomia isolana come prodotto ebraico, inventato cioè dai membri comunitari che lavoravano presso i mattatoi palermitani.

“ Pani cu a meusa”

Si dice nel merito che per dettami religiosi, non potendo questi percepire compenso per quel tipo di lavoro, si facevano pagare in natura con lo scarto della macellazione, prendendo cioè come compenso le frattaglie. Queste poi, cucinate, ma non consumate, venivano rivendute ad una clientela cristiana di estrazione molto popolare.

La vulgata vuole che quando gli ebrei furono allontanati dall’Isola la pratica fosse ereditata dai caciuttari che avevano fino ad allora venduto soltanto pane abbagnato, cioè unto, accompagnato da cacio del tipo Vastedda. È verosimile tuttavia che quella parte di popolazione ebraica che scelse di restare continuò a esercitare il medesimo commercio.

Trascurando ora il valore incerto dell’aneddoto riteniamo che esso torni più che altro utile per la contestualizzazione epocale, ricordandoci che il fenomeno del “marranesimo”, e lo sviluppo successivo del cripto giudaismo, toccò alla fine del XV secolo anche una parte “autoctona” della popolazione ebraica meridionale, e non soltanto la discendenza del Sefarad 1 a cui si tende spesso a pensare. Dobbiamo ricordare cioè che le medesime disposizioni del 1492 caddero sulle popolazioni ebraiche già residenti sull’Isola.

Espresso però il concetto, subito decliniamo l’impiego del termine “marrano”, che ebbe accezione dispregiativa, per assumere quello ebraico – più adeguato – qual è anousim, ovvero, costretti. I loro discendenti sono perciò i bnei anousim che significa appunto “discendenza dei constretti”.

Il ghetto ebraico di Palermo

 

Da cosa dunque si evince questa discendenza? Come sia possibile risalire a quella koinè? Nel merito diciamo che esistono pratiche talmente diffuse da essere date per scontate, le quali sono invece risolutamente ebraiche. Quale meridionale, per esempio, ignora l’usanza di coprire gli specchi quando muore un familiare?

In forza proprio di tradizioni che ormai sono consapevolmente riferibili ad un ambito preciso, molte persone ritrovano il desiderio e la costanza di rientrare nella cultura delle origini e, nemmeno a dirlo, la comunità anousim di Palermo è oggi una delle più vivaci e intransigenti nella ricerca sia meramente religiosa che scientifica.

Proprio in riferimento a questa comunità cittadina piace concludere con un evento di particolare suggestione avvenuto nel dicembre del 2018 quando sono state accese le luci di Hannukkah nel Palazzo Steri, nel Capoluogo siciliano, un evento simbolico che ha voluto compensare il grave torto subito dalla comunità isolana scegliendo proprio il palazzo che fu sede locale del Tribunale dell’Inquisizione.

(4.continua)

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