Quello che gli arabi debbono a Israele

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di Fred Maroun –

Secondo un recente servizio di Times of Israel,  “Israele si appresta a chiedere risarcimenti per un totale di 250 miliardi di dollari da sette paesi arabi e dall’Iran per le proprietà e i beni sottratti agli ebrei che furono cacciati o costretti a fuggire da quei paesi dopo la nascita dello stato d’Israele”. Mi auguro che Israele ottenga quei risarcimenti, ma penso anche che Israele meriterebbe molto di più.

Fred Maroun

Fred Maroun

Noi arabi abbiamo combattuto Israele per oltre 70 anni con due obiettivi apertamente dichiarati: distruggere Israele con la forza oppure distruggere Israele trasformandolo in uno stato arabo attraverso una “soluzione” che vedrebbe i cosiddetti profughi palestinesi invadere lo stato ebraico.

Varie coalizioni di eserciti arabi hanno tentato il primo metodo nel 1948, nel 1967 e nel 1973, e varie entità terroristiche arabe credono ancora di poter conseguire l’obiettivo in quel modo. Il secondo approccio è diventata la politica ufficiale di Fatah (sebbene non esplicitata in quanto tale ai mass-media occidentali) dal momento che ha deciso di sostenere d’aver accettato l’esistenza di Israele ma non come stato ebraico.

Sul cartello “Preparatevi per il vero Olocausto!”

“Preparatevi per il vero Olocausto!”

Se avessimo distrutto Israele, saremmo passati alla storia come i responsabili di un secondo genocidio del popolo ebraico non molto tempo dopo la Shoà. Resistendo e sconfiggendo le coalizioni di eserciti arabi che tentavano di distruggerlo, Israele ci ha evitato di diventare i secondi nazisti della storia.

Se fossimo riusciti a trasformare Israele in uno stato arabo, ci saremmo trovati con un ennesimo stato arabo fallimentare dove la democrazia è fittizia e dove sono invece reali la tortura, la museruola alla stampa e gli omicidi politici. Nella migliore delle ipotesi, la versione araba di Israele sarebbe stata un secondo Libano, un paese che scivola verso la teocrazia islamica con relativa restrizione delle libertà ed economia agonizzante.

Invece di tutto questo, gli arabi israeliani vivono in un paese di prim’ordine, con ampie opportunità economiche e libertà democratiche. Anche i palestinesi che vivono in Giudea e Samaria (Cisgiordania) e nella striscia di Gaza avrebbero potuto assicurarsi questi vantaggi se avessero optato per la pace e non per la guerra.

Palestinian-Israeli-womenIsraele ci ha salvati da noi stessi e continua a farlo anche oggi, porgendoci ripetutamente il ramo d’ulivo, mentre noi facciamo ripetutamente di tutto per respingerlo. Israele riconosce ai suoi cittadini arabi eguali diritti, anche se il mondo arabo ha brutalmente ha espulso praticamente tutti i suoi ebrei. Israele accoglie i visitatori dai paesi arabi, sebbene gli israeliani siano banditi dalla quasi totalità del mondo arabo e gli israeliani siano spesso male accolti anche nei pochi paesi che hanno firmato un trattato di pace con Israele. Israele si sforza scrupolosamente di non causare vittime civili quando si difende dai terroristi, sebbene i terroristi arabi non facciano mistero di mirare apertamente ai civili israeliani. Israele ha assistito i siriani feriti nella guerra civile siriana, sebbene la Siria sia ancora in stato di guerra contro Israele e continui a minacciarlo.

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Se gli ebrei si fossero comportati come noi arabi, oggi non ci sarebbe un solo arabo in Israele, e nemmeno nei territori di Giudea, Samaria e Gaza. Non ci sarebbe nessuna pretesa che esista una “Palestina”.

Mentre trattavamo gli ebrei come se fossero meno di niente, loro hanno risposto trattandoci come esseri umani, e nel farlo ci hanno dato dignità. Hanno risposto alla nostra negazione della loro umanità riconoscendo la nostra comune umanità. Ma sta a noi decidere se vogliamo vedere quella umanità condivisa o se preferiamo continuare a odiare gli ebrei. Gli israeliani possono trattarci in quanto appartenenti ad un’unica umanità condivisa, ma non possono obbligare noi a comportarci di conseguenza.

Ciò che dobbiamo a Israele va ben oltre ciò che potremmo mai ripagare. Ma potremmo provarci, iniziando almeno a riconoscere la nostra comune umanità.

(Times of Israel)

 

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