Reportage/ 1
Israele, la guerra parallela
con giornali e televisioni

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di Nathan Greppi –

Ma perché i media italiani “odiano” Israele?  È dalla Guerra dei Sei giorni che lo Stato ebraico ha perso la simpatia occidentale. Poiché ha osato vincere. E vivere. Viaggio nella stampa italiana.

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È ormai un dato di fatto: i maggiori media italiani hanno sempre provato un certo astio verso Israele, soprattutto quelli di sinistra. O meglio, una data di nascita per questo sentimento c’è: giugno 1967, all’indomani della vittoriosa Guerra dei Sei Giorni. Israele osa vincere e vivere, umilia gli eserciti arabi (e la loro alleata, la Russia).

E così, da un giorno all’altro, la musica cambia: l’Unità, organo del Partito Comunista Italiano, rinnega le simpatie sino ad allora manifestate verso il piccolo Stato degli ebrei e inizia la sua campagna antisionista, come ben documenta il saggio di Luciano Tas Cartina rossa del Medioriente.

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Ma oggi, come si manifesta questo sentimento di ostilità, che dovrebbe essere incompatibile con una informazione oggettiva e corretta? E quali sono le sue cause? Lo abbiamo chiesto ai testimoni diretti dal fronte della stampa, giornalisti italiani che hanno respirato per anni l’aria delle Redazioni Esteri di casa nostra.
Vi ricordate il caso Al Dura, quello del video in cui compariva un dodicenne palestinese presumibilmente ucciso dai soldati dell’IDF a Gaza? Dopo che il canale televisivo France 2, nel 2000, aveva messo in onda il video, questo fece subito il giro del mondo, facendo del piccolo Muhammad Al Dura un simbolo, tanto che in molti Paesi islamici gli dedicarono strade e francobolli. Se non che, quattro anni dopo, il giornalista francese Philippe Karsenty dimostrò che il video era un falso, ma dovette prima affrontare un processo per diffamazione conclusosi solo nel 2008.

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Philippe Karsenty

Philippe Karsenty

E chi si ricorda di quando a Ramallah, il 12 ottobre 2000, due miluim, soldati israeliani della riserva, con l’unica colpa di aver sbagliato strada, vennero linciati da una folla inferocita? In quell’occasione una troupe di Mediaset filmò tutto, e il cameraman palestinese, minacciato di morte, fu espatriato in Giordania la notte stessa.

Riccardo Cristiano,

Riccardo Cristiano,

Mentre il corrispondente della RAI, Riccardo Cristiano, si era precipitato a scrivere all’ANP che “lui non aveva filmato il linciaggio”, fedele alle regole d’ingaggio palestinesi.

Non sono, questi, casi isolati: nei maggiori media italiani, specialmente quelli di sinistra, è molto comune imbattersi in manifestazioni di astio, manipolazioni della realtà più o meno sottili e subdole, omissioni e veleni nei confronti dello Stato ebraico.

Lucia Ferrari

Lucia Ferrari

Chi lo ha sperimentato in prima persona, ed è disposta a raccontarlo, è Lucia Ferrari, ex-vicecaporedattore di Tg3 RAI, oggi free lance, la quale ha avuto una carriera lunga e intensa. Giornalista dal 1986, negli anni ha visitato molti Paesi: dall’Iraq della guerra del Golfo, alla guerra dei Balcani, in Bosnia; dall’Etiopia alla Costa d’Avorio, portando avanti i suoi ultimi reportage in Sierra Leone.

Ma nel corso di questa carriera, che ha concluso nel 2016 quando è andata in pensione, ha assistito a numerosi atti di disinformazione sistematica, attuata nei modi peggiori e a scopi ideologici, sul conflitto israelo-palestinese.
«Nelle redazioni dove ho lavorato ho constatato di persona un atteggiamento prevalentemente anti-israeliano – dichiara Lucia Ferrari a Bet Magazine-Bollettino. Nella maggioranza dei casi i colleghi si definivano ‘di sinistra’, e io non ho mai colto posizioni obiettive verso Israele.

de1a3c75-68c7-48be-b546-cff147d1fbc2Ad esempio, in occasione della Seconda Intifada, ho cominciato ad accorgermi di pregiudizi antisraeliani che coincidevano con l’antisemitismo: quando scrivevo il breve testo di lancio di un servizio che il conduttore doveva leggere, e indicavo il numero delle vittime sia israeliane sia palestinesi fornito dalle agenzie di stampa, il numero delle vittime palestinesi veniva aumentato, in diretta, durante la messa in onda del telegiornale. E quando eravamo in onda non potevo più intervenire.

l’Operazione Piombo Fuso Gaza

Gaza, Operazione Piombo Fuso

Alla fine del Tg chiedevo al conduttore o alla conduttrice perché avessero cambiato la cifra e rispondevano: ‘eh, perché quello che ci dai, anche se lo prendi dalle agenzie, è tutto di parte’. Per loro, agenzie come ANSA o Reuters, per esempio, erano di parte filo-occidentale, filo-israeliana, filo-americana. Da quel momento, – racconta Ferrari – con il passare degli anni, da così grossolana la propaganda si è fatta sempre più subdola, fino ad arrivare a capovolgere la regola delle “cinque W”, alla base del giornalismo occidentale.

Dopo la Seconda Intifada mi sono accorta che la disinformazione è diventata un modo di fare costante. Si negano le cause e viene modificata la storia. Anche durante l’Operazione Piombo Fuso si è sempre preferita l’espressione “attacco militare” piuttosto che “risposta militare”».

Lucia Ferrari aggiunge che «in tanti anni di riunioni di redazione riguardo a Israele e alla questione palestinese, ho sempre detto le mie opinioni, ma sono sempre stata in minoranza. E il taglio dei pezzi veniva realizzato così come la direzione desiderava. La battuta che mi è stata rivolta spesso negli ultimi anni è stata “meglio il velo delle divise”; mi hanno dato della fascista, della conservatrice, a me che vengo da tradizioni culturali di sinistra; a me che non appartengo a nessuna congrega, a nessuna confessione religiosa, a nessun partito politico», conclude Ferrari.

(Mosaico-cem)

(1.continua)

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