Reportage Israele/
L’ombelico del mondo
sotto un cielo di piombo

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di Giuseppe Crimaldi  

Tel Aviv/Sderot. Eternamente in bilico, Israele prova a ricominciare. Ha scritto Lev Tolstoj: “Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell’anima”. Mai definizione fu miglior abito cucito su misura sulla pelle dello stato di Israele.

(Giuseppe Crimaldi)

Giuseppe Crimaldi

Un Paese che credi di conocere e ti meraviglia, ti sorprende, ti far rimanere a bocca aperta sempre, ogni volta che ci ritorni. Non serve essere “filo”,”anti”, “pro” o “contro” e tantomeno servono le lenti per filtrare il raggio degli ideali, degli schieramenti o della passione per esplorare il mondo. Il mondo spesso è come il sole: e spesso ti abbaglia.

Torno in Israele a 30 anni dalla prima volta. Era l’estate del 1982: allora c’era la guerra del Libano, uno dei comandanti delle truppe di Tsahal si chiamava Ariel Sharon, il nome della missione era “Operazione Pace in Galilea” (מבצע שלום הגליל, Mivtsa Shalom HaGalil), i palestinesi avevano l’Olp di Yasser Arafat, nella terra dei cedri comandavano i cristiani e in Siria c’era un dittatore sanguinario di nome Hafez al Assad. Di lì a poco sarebbe esplosa la prima intifada.

Oggi tutto è cambiato, e tornare in Israele – come poi ho fatto almeno altre sei volte dal 1982 a oggi – è esperienza salutare. Cinque giorni, uno più intenso dell’altro. Una full-immersion girando intorno a quell’ombelico del mondo. Dalla disperazione di Gaza e della sua povera gente condannata a restare all’inferno alle start up che attraggono persino i colossi della Silicon Valley californiana; dai caffè arabi illuminati a neon alle discoteche di Tel Aviv; dalle sirene della martoriata Sderot alla magia eterna di Gerusalemme, fino ad Haifa – la più “napoletana” delle città israeliane – e alle caserme dei posti di frontiera, agli stadi pieni di tifosi israeliani e alle lacrime dello Yad Vashem. Israele è un pugno nello stomaco che ti riporta in vita. Sempre.

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Vivere da tirassegno
Sderot, non è una città ma un bersaglio fisso. Siamo a un paio di chilometri in linea d’aria dalla periferia nord di Gaza, esattamente dove Hamas ha posizionato il grosso delle sue batterie di missili Kassam. Wikipedia spiega che dalla metà di giugno 2007 al febbraio 2008, 771 razzi e 857 bombe da mortaio sono state sparati contro Sderot e il Negev occidentale, con una media di tre o quattro ogni giorno. Ma Wikipedia non fa mai testo, guai a fidarsi di certo Web. Il sito andrebbe aggiornato ma nessuno lo fa, per cui ci penseremo noi: fino a oggi ne sono stati scagliati più di 4500; dal giorno del ritiro israeliano dalla Striscia il numero di lanci è aumentato di sei volte. Ma la gente non vuole abbandonare la propria terra. Anzi il numero degli abitanti è cresciuto e continua a crescere.

reportagebambiniscuolaSderot è una piccola cittadina di 20mila anime. Le case sono fatte di cartongesso e dall’estate scorsa è in corso una rivoluzione edilizia imposta dalla necessità di edificare i rifugi antimissile in cemento armato. Qui l’incubo è una sirena. L’allarme è un urlo stridulo che può arrivare a ogni ora del giorno e della notte. Il confine tra la vita e la morte è segnato in 15 secondi: tanto serve alla gente per cercare di imboccare il primo rifugio anti-Kassam. Pochissimo turismo. C’è un centro commerciale con una piazza e tutt’intorno palazzi di quattro piani al massimo. La gente si sforza di sorridere, ma questa è la città israeliana con il più alto numero di persone seguite da psicologi per disturbi legati alla paura.
Questa è la città in cui i bambini – le prime vittime della paura e della guerra, quanto lo sono quelli palestinesi – vengono portati in un centro donato con i fondi dell’American Jewish Fund, un capolavoro di tristezza e di gioia: duecento metri quadri in un capannone nella zona industriale di Sderot con pareti affrescate da colori gioiosi che si alternano alle figure di Topolino, Minnie, Cip e Ciop; qui quando l’allarme si fa alto entrano i bambini di Sderot, e nel cuore di questa palestra piena di canestri, bamboline e cartoni animati c’è la “stanzetta del compleanno”.

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Maestre, mamme e psicologi al primo allarme sgranano un sorriso e dicono ai piccoli che è arrivato il momento di far festa: è il compleanno di Mickey Mouse, e dunque si va nel rifugio antimissile. Trenta metri quadrati arredati gioiosamente con sedioline colorate, un televisore che proietterà film e bocchettoni per l’ossigeno con autonomia di 24 ore. Tutto costruite per garantire la sicurezza dei bimbi, finché passi la bufera, lì fuori.
Non è esattamente ciò che fa Hamas per i bambini palestinesi e per la sua gente. A Gaza di guerra si muore tre volte in più che in Israele, è vero. Ma nella Striscia i bambini vengono utilizzati come scudi umani, le batterie di Kassam vengono montate su asili e scuole, per non parlare degli ospedali. E questo nessuno lo dice. A Gaza la vita di un bambino vale zero. Come quella degli 8000 palestinesi che campavano facendo i pendolari – ogni giorno su e giù, avanti e indietro lungo il valico di Erez – per lavorare la terra in Israele. Da luglio, e cioè da quando Hamas ha iniziato il lancio dei razzi su Sderot, Ashqelon, su molte altre città e perfino su Tel Aviv – il governo di Gerusalemme ha chiuso quel passaggio di frontiera, che per i palestinesi era anche un varco verso la sopravvivenza. Ogni lavoratore palestinese deve mantenere, in media, una famiglia di dieci persone e in Israele, lavorando, guadagnava dai 500 ai 700 dollari al mese; oggi è costretto a vivere con meno di un dollaro al giorno: fatevi voi due conti.

reportage3Hamas sta affamando la sua gente. Introita miliardi di dollari ogni mese grazie ai finanziamenti del Qatar e di altre nazioni del Golfo Arabo e non destina un penny al welfare. No. Hamas utilizza quei soldi per armarsi. E peccato che in quel fiume di denaro finiscano anche i generosi finanziamenti elargiti dall’Unione Europea. Cioè da noi. Il valico di Erez però resta ancora aperto – su decisione di Israele – per i passaggi umanitari; per consentire l’accesso ai palestinesi che hanno bisogno delle cure mediche, dei ricoveri e delle operazioni urgenti in Israele.
Altro paradosso: Israele continua a fornire al suo nemico – la Palestina di Hamas – l’energia elettrica. Quello che i sacri fuochi dell’informazione “corretta” continuano a nascondere è una verità scomoda da raccontare. Israele continua a fornire elettricità a Gaza, anche se sa benissimo che essa è usata anche per far funzionare le fabbriche di missili che sono poi sparati contro la sua popolazione civile. Quel che è successo è che l’Egitto ha interrotto il contrabbando di gasolio attraverso i tunnel, che veniva per lo più dal Qatar a prezzo politico e ora l’Anp richiede all’amministrazione di Hamas il prezzo commerciale per il gasolio da far passare attraverso il confine israeliano e Hamas non ha nessuna intenzione di pagare. Il debito ammonta a centinaia di milioni di dollari.

(1. Continua)

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Giuseppe Crimaldi

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Giuseppe Crimaldi, giornalista