Resuscitato dall’inferno
di Sant’Anna di Stazzema

Mario Marsili mostra una foto scattata nell’estate del ‘43, l’unica con sua mamma Genny lui ha 5 anni, lei 27

Mario Marsili con la foto della madre scattata nell’estate del ‘43

  di Federica Seneghini –

Tutto quello che gli rimane di sua madre sta in una piccola cartellina bianca. Dentro c’è una foto in bianco e nero. Una donna con il suo bambino, nell’estate del 1943. Lui e la sua mamma. Lei ha lo sguardo felice, la gonna lunga sotto il ginocchio. Lui i calzoni lunghi, paletta e secchiello in mano. Sono al mare, vicino a Pietrasanta, in provincia di Lucca, si tengono per mano. «Se mamma avesse una tomba tutta sua io e papà accanto al nome avremmo messo questa foto. Invece quando riesumarono i resti dalla grande fossa comune dove i tedeschi avevano ammassato le vittime di Sant’Anna di Stazzema, trovarla in quel macello di ossa bruciate fu impossibile. Ci provai anche io, che allora avevo solo 10 anni, ma fu inutile».

di Federica Seneghini xx

Federica Seneghini

Mario Marsili si rigira tra le mani quello scatto e accarezza il viso della madre con il pollice. Era il 12 agosto 1944 quando i tedeschi gliela ammazzarono davanti agli occhi, durante una delle stragi più terribili della Seconda guerra mondiale: 560 morti, di cui solo 393 identificati. Tutti civili. Lui aveva 6 anni, Genny Bibolotti Marsili 28. «Alcune raffiche di mitra, poi diedero fuoco alla stalla dove ci avevano rinchiusi. Mi tirarono fuori da lì bruciato e vivo per caso».

Dal quel giorno sono passati 75 anni. E ancora oggi quando (ri)racconta questa storia Mario, che oggi ha 81 anni, piange. Lui, la madre, i nonni e i due zii si erano trasferiti a Sant’Anna l’anno prima. Con due figli grandi, dopo il 25 luglio (il giorno in cui cadde il fascismo), il nonno aveva deciso di lasciare Pietrasanta per paura dei rastrellamenti. «Partimmo a piedi, con dei fagotti sulle spalle. A Valdicastello prendemmo la mulattiera, faceva caldo ed io ero stanco ma mi aiutava la mamma».

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La copertina della Domenica degli italiani che racconta la storia di Marsili

Quando arrivarono a Sant’Anna, trovarono un paesino semi isolato sulle colline molto simile a quello attuale. Poche frazioni collegate da mulattiere e immerse nei suoni della campagna, con le lucertole che si spostano nell’erba quando passeggi al sole. Un rifugio sicuro, pensarono le centinaia di persone che dalla pianura arrivarono fin qui, anche dopo l’ordine di sfollamento che, tra la fine di giugno e i primi di luglio del 1944, costrinse i civili del litorale a lasciare le loro case e a trasferirsi altrove.

Da lassù la guerra sembrava lontana. «La domenica andavamo a Messa, l’inverno stavamo intorno al camino. Mamma, che faceva la commessa in una cooperativa di consumo, era una donna forzuta. Quando ce ne era bisogno, si caricava sulle spalle le nostre patate e i nostri fagioli, scendeva a Valdicastello e li scambiava con un po’ di zucchero o una bottiglia d’olio. Di papà Romeo, un alpino della Julia finito prigioniero in Russia, non sapevamo più niente».

All’alba del 12 agosto, i tedeschi martellarono alla porta. «Sbatterono fuori le pecore da una stalla e fecero entrare noi. Mamma mi nascose in una nicchia dietro la porta. “Non ti muovere per niente al mondo”, mi disse. Le scaricarono un mitra addosso. Era ferita alla testa ma trovò la forza per scagliare uno zoccolo verso un soldato che stava per scoprirmi. Morì. Morirono tutti. Poi aprirono i lanciafiamme sulla paglia e sui cadaveri e ci diedero fuoco».

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Il girotondo dei bambini di Sant’Anna di Stazzema davanti alla chiesa pochi giorni prima della strage del 12 agosto ‘44 morirono tutti tranne la piccola Leopolda Bartolucci, la piccola con il fiocco bianco a destra

Solo molte ore più tardi, Mario fu posato su un lenzuolo e portato a valle da chissà chi, con l’aria intorno che puzzava di carne bruciata. «All’ospedale dissero che non c’era più niente da fare, avevo ustioni di terzo grado e i polmoni scoperti. Allora zia Lola mi portò in un convento di suore di Marina di Pietrasanta e ci rimasi più di un anno. Mi mettevano al sole per curarmi le piaghe e facevano di tutto per tenermi le mosche lontane». Un giorno del 1945 bussarono alla porta. «Era il mio babbo. In mezzo a tanto dolore, fu bellissimo. E poi ci fu quel disegnatore della Domenica degli Italiani, che venne a trovarmi e io gli raccontai l’episodio dello zoccolo. La storia di mamma finì sulla copertina del 9 dicembre  1945. Seppi dopo che quell’uomo era Walter Molino e solo di recente, per caso, ritrovai quella rivista in un mercatino di Livorno».

la frazione della Vaccareccia, dove morirono la madre e i nonni di Mario Marsili (Museo storico di Sant’Anna di Stazzema- Parco nazionale della pace)

La frazione della Vaccareccia, dove morirono i Marsili

Per tutta la vita la gente ha chiesto a Mario come si fosse fatto le cicatrici che ancora oggi gli devastano il collo, un braccio e la schiena. «Io abbozzavo e al mare facevo il bagno con la maglietta». Anche per quello, forse, Sant’Anna è un dolore che non passa mai. «Dal 1945 ci torno due volte all’anno, il 2 novembre e il 12 agosto. Non smisi nemmeno quando nacquero i miei figli. Me li caricavo sulle spalle e con mia moglie prendevo la mulattiera che quel giorno del 1943 percorsi con la mamma».

Oggi ci porta i ragazzi delle scuole. Il 21 febbraio 2003 diedero a Genny la medaglia d’oro al merito civile. «La tengo a casa, in un cassetto, insieme all’originale di questa foto», dice, accarezzando ancora una volta il viso di quella donna rimasta per sempre giovane. «Ho troppa, troppa paura che…». Poi si ferma. Sorride e piange.

(Corriere della Sera)

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