Ricordati di non nominare
il nome della Shoah invano…

Memoria xx

Paragonare il dramma dei migranti col la Shoah non può essere considerato un errore: è molto di più…

di Gerardo Verolino –

Non nominare il nome della Shoah invano. Dovrebbe essere questo il primo comandamento per chi si considera erede della tradizione ebraica o per chi ritiene di far parte della grande famiglia di Israele. Se fossimo in una scuola ebraica, chiunque osasse paragonare impropriamente, la Shoah a qualsiasi altro, pur cruento e drammatico, genocidio della storia, verrebbe sanzionato con la matita blu. E forse anche bacchettato sulle dita.

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Gerardo Verolino

Invece il paragone, illegittimo ed ingiurioso, lo ha fatto una nostra cara conoscenza, uno che pure, dopo tanti anni passati nel mondo del giornalismo, dovrebbe saperne più di tanti sprovveduti. Stiamo parlando dell’immancabile Gad Lerner, l’ex vice-direttore di “Lotta Continua”, che, durante la trasmissione “Piazzapulita” ha ricordato che la situazione in Libia ricorda la Shoah. “A differenza dei crimini perpetrati nel secolo scorso, durante la Shoah-ha detto Gad, il firmaiolo compulsivo Gad (firmerà, anche adesso un appello per equiparare i migranti ai deportati?)-stavolta non possiamo dire che non lo sapevamo o che non avevamo visto”.

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Gad Lerner

Bum. Un errore così grossolano è segno, quantomeno, di scarsa attenzione verso il mondo ebraico. È segno di sciatteria. È la dimostrazione che si ignora (o si finge di ignorare)  l’Abc del manuale del buon ebreo. Quante volte si è ripetuto, fino allo sfinimento, che mai e poi mai, un evento unico e irripetibile come l’Olocausto può essere paragonato a qualcosa di analogo, perché si finisce col fargli perdere la sua connotazione di unicità?

Quante volte si è detto: per cortesia non banalizzate la grande tragedia che ha colpito il popolo ebraico mettendola a confronto con altri stermini della storia perché si oltraggia una seconda volta i figli di David che all’indistinguibilità di quell’evento ci tengono e soffrono, maledettamente, ogni volta che qualcuno lo fa?

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Lerner a Piazza Pulita, “Viva Soros…”

Suvvia Gad, in un errore così marchiano non può cadere uno come lei. Come può aver dimenticato un concetto tanto elementare che sarà stata dibattuto centinaia e centinaia di volte col solito corollario di polemiche del popolo ebraico che dice: “Come vi permettete?”.

A meno che, la gaffe, non sia stata studiata di proposito per scatenare le ovvie reazioni, anche quelle, facilmente immaginabili, di chi difende la memoria dai suoi abusi, per un mero calcolo politico. Si sa, lei è sensibile al tema dei migranti e alla retorica del “chi non accoglie razzista è”. D’altronde il manifesto dei migranti non lo ha inventato Gad. Ma è esploso da alcuni anni secondo la vulgata che vuole che chi fugge su delle imbarcazioni che partono dall’Africa siano i nuovi deportati, da paragonare agli ebrei, come sostengono da Fusaro in giù (o in su) tanti maitres-à-penser, politici o semplici influencer.

NEW YORK - JULY 23: Copies of the New York Times are seen for sale July 23, 2008 in New York City. The Times is set to raise the daily newsstand price to $1.50 August 18 after posting an 82 percent decline in second quarter profits. (Photo by Mario Tama/Getty Images)

C’è il New York Times che in un articolo “Comparing Jewish Refugees of the 1930 With Syrians Today” mette sullo stesso piano gli ebrei degli anni ’30 con i siriani di oggi. Più o meno lo stesso concetto che ripete l’Anpi (l’Associazione dei partigiani) che paragona i centri di accoglienza ai lager nazisti. Quando ci fu lo sgombero del centro “Cara” di Castelnuovo di Porto fioccarono paragoni con i campi di sterminio: come se le persone raccolte nei centri venissero vessate o mitragliate, senza motivo, dallo Stato italiano (il raffronto, come si evince, oltre che incongruo è assurdo).

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Lo dice Enrico Deaglio nell’articolo “Gli immigrati di oggi come gli ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste”. E ci sono i sindaci, come quello di Padova, Sergio Giordani, e quello di Ferrara, Tiziano Tagliani per citarne due di un elenco più lungo, che paragonano i migranti morti in mare agli ebrei della Shoah.

Enrico Deaglio

Enrico Deaglio

C’è Emma Bonino che lo ripete come un mantra. C’è chi ha paragonato la vicenda della Sea Watch, la ong ferma al largo di Siracusa, alla nave St. Louis che vagò, nel ’39, alla ricerca di un porto che l’accogliesse. Ma in Africa vigono dei regimi che, per quanto cruenti, non si possono paragonare al Reich nazista che pianificò, a tavolino, la pulizia etnica e lo sterminio di un intero popolo.

Emma Bonino

Emma Bonino

Per non parlare dello spettacolo teatrale, che avrebbe dovuto tenersi in Germania poi, di Franco Bifo Berardi dal titolo quanto mai esplicito (e ridicolo) di “Auschwitz sulla spiaggia” perché, secondo l’autore “la crisi dei rifugiati ha assunto i tratti inquietanti di un Olocausto”.

“Che senso ha- dice Gianluca Pontecorvo consigliere dell’Ucei su “Moked”-volere a tutti i costi rendere sempre più presente l’associazione tra migranti e Shoah? Che senso ha fare tali paragoni? Che senso ha continuare ad ospitare migranti all’interno del Memoriale della Shoah di Milano che non rischiano, oggettivamente parlando, a causa dell’indifferenza, di finire nei forni crematori?”. Già che senso ha?

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