Riecco Nikki, l’amica di Israele

di Federico Rampini –

«Questa elezione sarà un referendum sul socialismo. Se vince Joe Biden, addio all’ordine pùbbllco e al rispetto della legge, saremo sempre più simili a quei Paesi socialisti che abbiamo combattuto». Ecco l’anti-Kamala Harris, la donna che pub rappresentare il futuro del partito repubblicano nel dopo-Trump. E Nikki Haley, 48 anni, un raro esempio di diversità etnica ai vertici del Grand Old Party. A lei è toccato il posto d’onore nella prima serata della convention repubblicana, subito prima del presidente. Un trofeo che le spettava, da ex governatrice della South Carolina. Ma anche un premio per il suo capolavoro di equilibrismo. Haley è riuscita a lasciare l’Amministrazione Trump senza litigi, senza rancori, senza libri-scandalo.

Appoggia il presidente nella corsa alla rielezione, ma quando fu la sua ambasciatrice all’Onu tenne una linea più ortodossa di lui in politica estera. Amica di Israele, certo, però dura con la Corea del Nord, senza indulgenze verso Kim Jong-Un. Il suo profilo tradizionale da “Guerra fredda 2.0” è l’ideale per accreditarsi presso un establishment di destra — nel Pentagono, tra i falchi del Senato, al dipartimento di Stato — che non ha digerito le sbandate russofile del presidente e altri flirt con leader autoritari come Kim Jong-Un o il turco Recep di Federico Rampini Tayyp Erdogan. Haley è una polemista agguerrita su uno dei terreni di scontro cruciali in questa campagna elettorale: Law and Order.

In una fase in cui la criminalità violenta toma a spaventare diverse città americane, accusa il movimento Black Lives Matter: «Perché non danno lo stesso valore alle vite dei poliziotti neri uccisi mentre facevano il loro dovere? Perché non sono solidali con i commercianti neri a cui hanno bruciato e razziato i negozi? Cosa dicono alle famiglie che vivono in quartieri pericolosi, e hanno bisogno della polizia per la loro sicurezza? Anche quelle sono vite nere che contano». Di Haley si era parlato come di una possibile sorpresa nel ticket repubblicano, per sostituire il vicepresidente Mike Pence.

A lei conviene aspettare un turno. Soprattutto se vince Biden, sarà pronta ad essere tra le voci più aggressive e autorevoli dell’opposizione, per ricostruire il partito repubblicano e candidarsi alla Casa Bianca nel 2024. Anti-Kamala Harris, è capace di sfidare la senatrice californiana con armi simili. In comune, le due donne hanno le radici indiane: Nikki è figlia di due immigrati dal Punjab. Si è convertita al cristianesimo quando ha sposato un protestante metodista, ma continua a frequentare le cerimonie religiose della comunità Sikh.

Non è sospetta di razzismo, non ha avuto indulgenze verso i suprematisti bianchi: da governatrice della South Carolina fece togliere la bandiera dei Confederati, simbolo delle nostalgie sudiste per l’era dello schiavismo. Osó perfino dichiararsi contraria al Muslim Ban, il decreto presidenziale che vietava l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di alcuni Paesi musulmani. Da quando si è messa “in panchina” ha lavorato per irrobustire le sue credenziali conservatrici.

Ha creato un’organizzazione non-profit, Stand For America, e solidi legami con think tank della destra neoliberista come la Heritage Foundation. Oltre a una linea di politica estera “occidentalista”, oltre alla linea dura sull’ordine pubblico, tra i suoi bersagli prediletti c’è il Green New Deal, tutto ciò che sa di socialismo. Adora attaccare Alexandria Ocasio-Cortez dipingendola come

la suggeritrice occulta della linea politica di Biden. Un suo asso nella manica è l’amicizia personale con Ivanka Trump, la figlia prediletta del presidente. Questo è servito a farle “perdonare” gli sgarbi compiuti nella campagna elettorale per le presidenziali del 2016: appoggiò prima Marco Rubio e poi Ted Cruz perla nomination; inoltre dichiarò che Trump doveva rendere note le sue dichiarazioni dei redditi (non lo ha mai fatto).

Quando Trump la prese di mira, rispose con fair-play e astuzia, invocando una benedizione su di lui. Nikki e Ivanka hanno capito che occorre un “femminismo di destra”, per recuperare consensi tra le donne, uno dei punti deboli per la rielezione di questo presidente. Comunque vada il 3 novembre, la destra ha già una candidata per la sua ricostruzione. Ma non è una moderata.

  (Repubblica)

 

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