Saydnaya, il mattatoio di Assad
Tredicimila giustiziati

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La prigione militare di Saydnaya è un mattatoio di essere umani. Dal 2011 migliaia di persone sono state uccise in esecuzioni extragiudiziali mediante impiccagioni di massa, portate avanti di notte e in assoluto segreto. Molti altri detenuti a Saydnaya sono morti in seguito alle torture reiterate e al sistematico diniego di cibo, acqua, medicinali e cure mediche.

La ricerca pubblicata nel febbraio 2017 ha rivelato che circa 13.000 persone sono state uccise a Saydnaya fra il settembre del 2011 e il dicembre del 2015, in spaventose impiccagioni di massa. Non siamo in possesso di prove di esecuzioni successive al dicembre del 2015, ma i trasferimenti a Saydnaya sono continuati, i “processi” alla corte marziale della prigione di al-Qaboun non si sono interrotti, e non ci sono motivi per credere che le esecuzioni siano state sospese. Per questa ragione, è probabile che dal dicembre del 2015 siano state uccise altre migliaia di persone. Abbiamo intervistato 31 uomini che sono stati imprigionati a Saydnaya, quattro funzionari o secondini che avevano lavorato nella struttura, tre ex giudici siriani, tre dottori che avevano lavorato all’ospedale militare di Tishreen, quattro avvocati siriani, 17 esperti siriani e internazionali sulla detenzione in Siria, e 22 parenti di prigionieri che erano, o sono ancora, rinchiusi a Saydnaya.

I nomi sono stati modificati per proteggerne l’identità.

I “PROCESSI” DELLA CORTE MARZIALE DELLA PRIGIONE

I detenuti uccisi a Saydnaya prima venivano sottoposti a un “processo” di fronte una corte marziale della prigione. Un ex giudice della corte ne ha descritto le modalità: “[La corte marziale] non era obbligata in alcun modo a seguire le procedure penali siriane. È al di fuori delle regole… I detenuti venivano condotti di fronte alla corte per uno o due minuti. Il giudice chiedeva al detenuto di fornire le generalità e di dichiarare se avesse commesso un reato. A prescindere dalla risposta, emetteva la condanna. Quella corte non aveva niente a che fare con la legge. Non era una corte”. Secondo un ex ufficiale di Saydnaya: “Chi confessava qualcosa di grave veniva mandato di fronte alla corte… Tutte le confessioni, senza eccezioni, erano estorte sotto tortura. Ovviamente, le persone venivano torturate per far confessare loro un crimine peggiore”.

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Bashar Hafiz al-Asad

“Ziyad”, uno specialista IT di Homs, “processato” dalla corte marziale della prigione, ha dichiarato: “Certo che [il processo] non era equo, non lo era affatto. Nulla che abbia minimamente a che fare con la giustizia e la trasparenza. Eri bendato e ammanettato, non sapevi chi era il giudice, non sapevi cosa avevi firmato. È evidente che questa non è giustizia”. “Nader”, un imprenditore di Damasco, conferma: “Un giudice e un secondino della polizia militare mi hanno ascoltato per un minuto… ero con altri quarantacinque detenuti, e in un’ora avevano finito tutti i casi. Non eri informato delle accuse. Non avevi il diritto a un avvocato, o a parlare al telefono. Non avevi alcun diritto”.

LA “RACCOLTA”

I detenuti che sono condannati a morte sono prelevati dalle celle nel pomeriggio, e informati che saranno trasferiti a una prigione civile. In realtà, vengono condotti in un sotterraneo, dove vengono tenuti fino a notte fonda, e picchiati. Un secondino ha così descritto questa raccolta: “Andavamo a prendere i prigionieri, e l’assistente del funzionario, che aveva una lista con i nomi delle persone, veniva con noi. Allora aprivamo la porta della cella. Automaticamente, i detenuti si inginocchiavano faccia al muro, coprendosi gli occhi. Chiamavamo il nome di un detenuto, e lui si tirava la maglietta sul viso. Li mettevamo in fila indiana, e li facevamo spostare così, portandoli nella stanza di sotto. Non avevano il permesso di sedersi, così restavano in piedi. A quel punto cominciavamo a urlare, e a picchiarli. Sapevamo che sarebbero morti comunque, perciò facevamo quello che volevamo”. I prigionieri hanno ascoltato di nascosto i pestaggi delle persone in attesa di essere uccise. “Nader” ha raccontato: “C’era un grande rumore. Dalle 22.00 alle 24.00, o dalle 23.00 all’1.00, si sentivano urla e grida provenire dal piano di sotto. È un dettaglio importante. Se non urli, a Saydnaya ti picchiano meno. Ma queste persone gridavano come impazzite. Non era un suono normale, era fuori dall’ordinario. Urlavano come se le stessero scorticando vive”.

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IMPICCAGIONI DI MASSA

I detenuti non si rendevano conto di cosa stava per accadere fino all’ultimo momento. All’ingresso della stanza dell’impiccagione, ancora bendati, ordinavano ai detenuti di esprimere i loro ultimi desideri e di imprimere un’impronta su un foglio che ne documentava la morte. Secondo un ex funzionario della prigione: “Dopo aver lasciato l’impronta sul foglio, alcuni di loro non dicevano nulla, altri svenivano. Ma non sapevano quando sarebbe accaduto, o come – se per impiccagione, fucilazione, o in qualche altro modo”. Dopo, i detenuti erano condotti sui patiboli, ancora bendati. L’ex funzionario: “Li mettevano in fila pronti per l’esecuzione. Aspettavano che tutti gli spazi fossero pieni, e solo a quel punto gli passavano il cappio intorno al collo e li spingevano o li lasciavano cadere immediatamente, così i condannati non capivano fino all’ultimo momento cosa stava accadendo”. Un ex giudice ha aggiunto: “Li lasciavano appesi per 10, 15 minuti. Alcuni non morivano perché troppo leggeri, soprattutto i più giovani pesavano troppo poco per morire. Allora gli assistenti li tiravano giù fino a quando non gli si spezzava il collo”. Detenuti che si trovavano nel locale sopra a quello adibito alle impiccagioni hanno dichiarato che a volte si sentivano i rumori che provenivano da sotto: “Hamid”, un ex militare arrestato nel 2011, ha dichiarato: “Se appoggiavi un orecchio al pavimento, potevi sentire un suono simile a un gorgoglio. Durava circa 10 minuti. Dormivamo sopra alle persone che soffocavano a morte. Alla fine, era diventata una cosa normale”.

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POLITICHE DI STERMINIO
Secondo i prigionieri usciti da Saydnaya, nelle loro celle o nel loro braccio si registravano morti ogni settimana, a volte ogni giorno, morti dovute alle malattie, alla sete, alla malnutrizione e alle ferite riportate per le percosse e le torture. L’ex detenuto “Kareem” ha spiegato cosa accadeva ai corpi: “Nella cella, nel periodo fra febbraio e giugno 2014, è morta anche una persona al giorno. Allora mettevamo il corpo in una coperta vicino alla porta. Il secondino arrivava la mattina. Lo Shawish (il prigioniero incaricato nella cella) diceva “Pronti, signore”. Il secondino diceva: avete una carcassa? Allora lo shawish diceva, ancora, “Pronti, signore”. A quel punto portavano via il corpo”. Nader” aggiunge: “Ogni giorno c’erano due o tre morti nel nostro braccio. Ricordo che il secondino passava a chiedere quanti ne avevamo. “Cella numero 1, quanti ne avete?”, “Cella numero 2, quanti?”. Una volta per tre giorni [nel nostro braccio] non ci sono stati morti; allora i secondini entrarono, una cella dopo l’altra, e ci picchiarono in testa, sul torace, sul collo. Quel giorno nel nostro braccio ci sono stati 13 morti”.

(Rapporto di Amnesty International)

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