Schiavi del politicamente corretto

 Erano partiti con le migliori intenzioni, i pochi “visi pallidi” appartenenti al gruppo Stand As One che a Charleston, nella Carolina del Sud, si sono fatti incatenare e condurre da un “padrone di schiavi” di colore. Sulla schiena, si erano procurati i segni – con un trucco da film horror – delle scarnificazioni causate dalle frustate inflitte dai segregazionisti agli afroamericani e poi avevano messo in scena la loro fantasiosa rappresentazione storica durante una manifestazione locale dei Black Lives Matter.

Con sé, per spiegare il senso della performance, si erano portati un paio di cartelli esplicativi, peraltro rivolti agli statunitensi di pelle bianca: «Pensate se questa fosse stata la vostra storia» e «Flagelli in offerta».

Stand As One che a Charleston

Nel secondo atto, una donna bionda si precipitava a offrire acqua al cittadino nero che le aveva ordinato di portargliela. Magari fosse così facile riparare i torti subiti da un’intera popolazione vittima per secoli di discriminazione razziale.

Nemmeno l’estrema umiliazione del gesto autolesionista è servita ad accontentare la sete di vendetta che circola in America da qualche settimana, dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis. Non è nemmeno detto che un sincero odio di sé e un pentimento storico globale si possano davvero rivelare soddisfacenti, soprattutto se non si è disposti a fare sul serio.

Ai militanti antirazzisti, che non sono affatto degli ingenuotti, infatti la pagliacciata non è piaciuta per niente, tanto che hanno subito intimato di cessare quella provocazione politica. Thomas Novelly, reporter del The Post and Courier e di Usa Today, ha filmato il confronto fra le due anime del movimento, postando poi su Twitter le immagini di una giovane donna nera che intima all’improvvisato, non invitato e non gradito gruppo di bianchi di smetterla e li invita ad andarsene per non depistare il significato originario della protesta.

Stand As One a Charleston

Farsi sottrarre il monopolio del vittimismo significherebbe che gli “oppressori” non hanno più nulla da farsi perdonare.

E a quel punto diverrebbe inutile l’abbattimento di statue di colonizzatori, esploratori ed evangelizzatori e financo delle sculture mariane e dei crocifissi, come propongono le frange più estreme del movimento? Tanto più che ora si scopre che i simboli sudisti non sempre si possono associare con le impiccagioni praticate dagli incappucciati del Kkk.

Bubba Wallace

Almeno non nel caso di Bubba Wallace, l’unico pilota nero della Nascar, il campionato di corse d’auto più popolare d’America, che si è trasformato in un boomerang per la causa degli afroamericani.

Come pilota nero in un mondo dominato dai Wasp (white anglo saxon protestant), Bubba aveva chiesto pubblicamente di togliere le bandiere confederate, associate all’America del Sud, schiavista e razzista. I vertici della Nascar, il 10 giugno, avevano accettato la proposta, rischiando di creare malumore tra i tifosi e, dicono, allo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Wallace aveva corso con la sua Chevrolet numero 43 tutta verniciata di nero e la scritta “#blacklivesmatter”

(Libero)

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