Se anche l’algoritmo è antisemita

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di Gerardo Verolino –

Chissà perché capita solo ai giornalisti ebrei o filo-israeliani. A turno e, spesso per i motivi più risibili, vengono oscurati o come si suol dire bloccati da Facebook. A volte per una settimana. A volte per un mese. Per un anno o per sempre. È capitato a Giulio Meotti del “Foglio” qualche mese fa. E di recente sono stati bloccati Niram Ferretti, preparato e arguto commentatore, soprattutto di politica estera, che scrive per “Caratteri Liberi” e “L’Informale”, per un post su Bernie Sanders, e Deborah Faith, pugnace e caustica penna di “Informazione corretta”, che per aver raccontato un fatto vero e cioè il martirio ricevuto da un povero asinello da parte di due terroristi di Hamas, ha ricevuto analoga punizione.

Gerardo Verolino 2

Gerardo Verolino

Si sa il tribunale di Facebook, non conosce regole di garanzia. Non ci si può difendere o appellare. Bastano una serie di comuni segnalazioni da parte di anonimi utenti (che potrebbero avere un interesse particolare e non un sentimento di giustizia nei confronti del segnalato) per essere oscurati. Un errore. Internet deve essere sempre uno spazio dove potersi esprimere liberamente. Se poi si commettono dei reati di diffamazione bastano i tribunali ordinari a fare giustizia.

Giulio Meotti 3

Giulio Meotti

La censura (inappellabile) ci riporta indietro a tempi oscuri. Ma chissà perché la mannaia del censore si accanisce solo nei confronti degli scrittori o degli intellettuali o dei semplici sostenitori dello Stato d’Israele.

Se provate a segnalare e a far rimuovere un utente, un sito o un post che offenda o criminalizzi Israele, Facebook, vi risponderà che il post in questione “non
viola le regole standard della Comunità” per cui può rimanere imperterrito nella sua opera di diffamazione antisemita.

Niram Ferretti

Niram Ferretti

Se poi il sito piazza una bella bandiera palestinese statene certi che diventa una garanzia di inamovibilità. Come nel caso di questa Samantha Comizzoli, una regista che si rifà alle teorie di un complottista, Paolo Barnard, (uno che dice che gli ebrei non sono umani, sono merde e genocidi), e che ha in primo piano come immagine di copertina uno sfondo con la scritta “Israele, il cancro”.

La Comizzoli è quella che apre ogni suo post scrivendo: “Buongiorno Palestina e resto del mondo occupato dal mostro sionista israeliano”; che sostiene che “la guerra nazista di Hitler e Mussolini e l’Olocausto furono finanziati dai sionisti” e che, pensate un po’, Stefano Cucchi è stato ucciso dal sionismo che controlla prigioni e carceri.

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Provate a segnalare lei o altre ossesse odiatrici compulsive d’Israele come lei e vedrete quante difficoltà e quanti ostacoli incontrerete per farle rimuovere da Facebook. Sembra, insomma, che anche l’algoritmo di Facebook tenda verso l’antisemitismo o l’antisionismo. In fondo Facebook non è altro che lo specchio, a volte amplificato, e proiettato verso l’iperbolico, della società. Se la nostra società è, nel Mondo, come in Italia, in sovrannumero schierata (o questa è la percezione) con i palestinesi, lo è anche Facebook che è il suo corrispettivo telematico.

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Secondo l’ultima indagine del Congresso ebraico Mondiale, l’antisemitismo in Rete, è in decisa crescita.

Se nel 2016 i post antisemiti rilevati in Rete ammontavano al numero di 382 mila, nel periodo di riferimento che va dal 1 al 25 Gennaio 2018, circa 550 messaggi al giorno, presenti sulle varie piattaforme di Facebook, Instagram e You Tube, contenevano in media l’uso di simboli neonazisti o antisemiti, ad un ritmo di 23messaggi all’ora; 108 messaggi al giorno negavano l’Olocausto; 13.200 post includevano simboli relativi al regime hitleriano, mentre 2600 hanno negato totalmente l’esistenza dell’Olocausto affermando che gli ebrei esagerano sul numero delle vittime.

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E non va meglio con i canali di distribuzione libraria importanti come Amazon o Ibs che usano internet per mettere in in commercio opere di teorici (circolanoalmeno una settantina di autori) del nazifascismo, dell’antisionismo o del cospirativismo. Editori come Effepi, Anteo Edizioni, Thule Italia Editrice, Settimo Sigillo, Ritter, Edizioni Radio Spada, Effedieffe, possono diffondere tranquillamente libri di aperta ostilità agli ebrei.

Il web dunque è appestato di antisemiti. Con i Cinquestelle al governo poi le cose possono solo peggiorare. Come analizzato da Nicola Biondo e David Puente sul “Foglio” un po’ di tempo fa, si scopre che il gruppo Facebook “Club Luigi Di Maio”, con oltre 70mila iscritti, curato da Piero Dettori e da Dario De Falco,  è un crogiolo di antisemiti e di fascistoidi inneggianti a Mussolini e che vomitano il peggior odio contro gli ebrei.

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Ma anche questo che è gruppo chiuso è difficile o impossibile da scardinare e resta la base elettorale del politico pomiglianese. E c’è poi quel gruppo Stormfront che incita all’odio razziale e che nonostante le condanne penali inflitte a quattro gestori della piattaforma solo dopo molto tempo è stato chiuso da Zuckerberg.
Insomma, l’antisemitismo va di moda, anche in Rete. In fondo, quanti sono i difensori degli ebrei e di Israele qui in Italia ad esempio? La percezione è che siano meno di quanti si schierano pubblicamente con i palestinesi.

Quella filo-israeliana è una comunità che, spesso, si frammenta al suo interno. C’è chi è più indulgente (a sinistra) verso le ragioni dei palestinesi. E chi è più intransigente (a destra) e che non accetta compromessi con chi vuole solo “la distruzione dello Stato d’Israele”. Ma questa un’altra storia.

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