Se esplode l’Iran
Il Paese è seduto su una polveriera

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di Giuseppe Crimaldi –
L’Iran è una polveriera pronta a saltare in aria. Dopo quasi 40 anni di regime teocratico (Velayat-e faqih, che significa “establishment religioso”), gli iraniani sono alle corde. Ridotti allo stremo da una politica violenta e assolutista, gli oltre 80 milioni di abitanti di uno Stato sassoggettato a leggi e sprofondato in un abisso medievale adesso insorgono.
Si allargano le proteste antigovernative e crescono anche il numero dei morti e l’intensità della violenza: è salito a 13 il numero delle vittime degli scontri di questi ultimi giorni. La repressione, feroce come sempre, è dietro l’angolo. Questione di giorni, se non di ore. Ma contro la volontà del popolo nessun regime ha mai potuto resistere.

Ultimissime notizie di oggi.
Un poliziotto è stato ucciso da un uomo con un fucile da caccia, che ha ferito anche altri tre agenti, nella città di Najafabad, a circa 300 km a sud di Teheran (notizia diffusa dall’agenzia semiufficiale Mehr). E mentre il presidente della Repubblica islamica Hassan Rohani apre ai manifestanti purché le proteste non sfocino in violenze, Donald Trump continua a twittare in sostegno dei dimostranti suscitando le reazioni indispettite di Teheran. In serata è intervenuta anche l’Unione europea attraverso la portavoce dell’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini: «Siamo stati in contatto con le autorità iraniane e ci aspettiamo che il diritto a manifestare pacificamente e la libertà di espressione siano garantiti, come conseguenza delle dichiarazioni pubbliche del presidente Rohani». Bontà sua….

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Quinto giorno di proteste
Al quinto giorno di proteste, Rohani ha lanciato oggi un appello all’unità tra «governo, parlamento, giustizia e esercito» per tutelare gli «interessi nazionali» contro quello che ha definito un «piccolo gruppo che grida slogan illegali, insulta la religione e i valori della rivoluzione islamica». La tv di Stato ha però parlato di scontri diffusi, con vittime a Tuyserkan, Shahinshahr, e altre fonti parlano di analoghe manifestazioni a Izeh, oltre che nella capitale Teheran. La notte scorsa, le forze di sicurezza hanno respinto «dimostranti armati» che cercavano di prendere d’assalto stazioni di polizia e basi militari. La tv di Stato ha mostrato le immagini di banche private assaltate, vetrine sfondate, automobili rovesciate e incendiate, così come un camion dei vigili del fuoco. Le autorità hanno fatto sapere che oltre 300 persone sono state arrestate nei giorni scorsi tra Teheran e Arak. Di loro, probabilmente, non si saprà più nulla: giriamo l’appello ad Amnesty International e alle prodigiose Ong che di tutti r tutto si occupano fuorché di Iran.

Le torture
«Alcuni degli arrestati hanno confessato di essere stati guidati dall’estero per creare disordini. Abbiamo le prove dell’interferenza dell’Arabia Saudita», ha reso noto il governatore della provincia centrale dell’Iran, Ali Aghazadeh, che i fermati «hanno legami con alcuni paesi stranieri, soprattutto con gli Usa e il regime sionista». Ovviamente sotto tortura nessuno si trasforma in san Sebastiano trafitto dalle frecce.

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Donald Trump

The Donald
Frattanto, dal suo resort di lusso in Florida, il presidente americano Donald Trump continua ad incitare i manifestanti. «L’Iran sta fallendo ad ogni livello nonostante il terribile accordo fatto con l’amministrazione Obama», ha scritto anche oggi su Twitter, aggiungendo che «il grande popolo iraniano» è «affamato di cibo e libertà. La ricchezza iraniana è stata saccheggiata» e, in lettere maiuscole, «È ORA DI CAMBIARE». Il presidente Rohani gli ha risposto affermando che «gli americani sono arrabbiati perché i loro tentativi contro» l’accordo sul nucleare «sono falliti di fronte alla resistenza internazionale. Inoltre non possono sopportare il successo dell’Iran nella lotta al terrorismo e nel rafforzamento della stabilità regionale, specialmente in Siria, Iraq e Libano. Quindi è chiaro che tramano contro l’Iran». Rohani aveva però anche ammesso ieri, nel suo primo intervento dall’inizio delle proteste, che «il popolo iraniano è libero di manifestare» le sue preoccupazioni, basta che le proteste, nate contro il carovita, «siano autorizzate e legali». «Una cosa è la critica – aveva detto – un’altra la violenza e la distruzione della proprietà pubblica». E oggi ha poi aggiunto: «La nostra grande Nazione ha assistito a una serie di incidenti simili in passato, e li ha gestiti in modo adeguato. Questo non è niente». Parole che appaiono che un severo monito, considerato che le manifestazioni seguite alle controverse elezioni presidenziali del 2009, quando milioni di persone marciarono nelle strade per protestare contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, vennero brutalmente represse.

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Michael Oren

La zona grigia di Obama
A dirla tutta, oggi, è stato il vice ministro ed ex ambasciatore israeliano negli Usa Michael Oren: “L’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama scelse di non sostenere il movimento di protesta verde iraniano del 2009 “perché sperava di raggiungere un accordo con l’Iran sulle sue armi nucleari firmato sei anni dopo” Oren ha aggiunto che “inizialmente Obama affermò che non avrebbe appoggiato i manifestanti perché la CIA sostenne l’allora primo ministro iraniano nazionalista Mohammad Mosaddegh a rovesciare il governo nel 1953, e che in tal modo voleva mostrare al popolo iraniano di rispettarne la sovranità”. Tra le provocazioni iraniane ignorate dall’amministrazione Obama, Oren ha elencato il giro di vite sui manifestanti, il rapimento di americani, le provocazioni militari (con l’avvicinarsi di navi militari nel Golfo Persico ai cacciatorpedinieri americani, oltre all’uso di armi chimiche e il massiccio traffico di cocaina da parte di Hezbollah, sostenuto dall’Iran, negli Stati Uniti.

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Dittatori in turbante
E l’Onu? E l’Unione Europea? Non pervenute, al di là della laconica dichiarazione della Mogherini. Non è una novità, ma tant’è. Ammesso che ve ne fosse ancora bisogno, per capire di che cosa stiamo parlando ci piacerà ricordare quell’articolo 110 della costituzione iraniana (riformato nel 1989) il quale stabilisce che la cosiddetta “Guida della rivoluzione” (rahbar-e enghelab: cioè il giurisperito designato a rappresentare politicamente l’imam in attesa del suo ritorno nel giorno del giudizio) è una speciadi dio in terra. O forse anche più: giacché resta il comandante in capo delle forze armate, e ha, inoltre, il compito-privilegio di nominare e rimuovere i seguenti individui:
– i sei faqih del Consiglio dei guardiani (shura-ye negahban, formato da dodici giuristi, di cui i rimanenti sei devono essere dei “laici”, ovvero con una formazione derivata dal sistema “educativo” [sic] nazionale);
– il capo del sistema giudiziario;
– il presidente della radio e televisione nazionale;
– il comandante supremo dei Guardiani della rivoluzione (sepah-e pasdaran);
– il comandante supremo dell’esercito regolare e dei servizi segreti.

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Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, giornalista